Nel cuore di Orvieto, tra le colline umbre che profumano di storia e autenticità, si erge uno dei templi più longevi e raffinati della ristorazione italiana: I Sette Consoli, il ristorante di Anna Rita Simoncini e Mauro Stopponi, una coppia che da oltre trent’anni rappresenta un punto di riferimento assoluto per la cucina d’autore in Umbria. Dal 1992, insieme nella vita e nel lavoro, Anna Rita e Mauro hanno costruito con passione, rigore e amore per i dettagli una vera cattedrale del gusto, dove ogni piatto, ogni vino, ogni gesto di sala racconta una storia di eleganza e dedizione.
Anna Rita Simoncini è una chef dal tocco inconfondibile: la sua cucina è un viaggio sensoriale che unisce la forza della tradizione alla leggerezza della creatività contemporanea. Le sue ricette nascono da una profonda conoscenza del territorio e da una sensibilità che le consente di trasformare ingredienti semplici in esperienze straordinarie. La sua mano è ferma, la mente libera, il cuore radicato nella sua terra. La sua cucina è suadente e voluttuosa, come dicono i critici, “ricercata nella sua semplicità, raffinata nella selezione di concetti e idee, assolutamente vera e pura nei sapori e nelle ispirazioni che sa dare”. In sala, l’altra metà del sogno: Mauro Stopponi, maître e sommelier di rara eleganza, accompagna gli ospiti in un percorso enologico di grande spessore, guidandoli attraverso una carta dei vini che è un piccolo viaggio nelle eccellenze mondiali, curata con la passione e la competenza che solo trent’anni di esperienza possono garantire.
Oggi, al loro fianco, la figlia Serena rappresenta la continuità di una storia familiare che si rinnova con la stessa grazia e determinazione dei suoi inizi: una giovane donna di talento che in sala accoglie con naturalezza, eleganza e professionalità, rendendo ogni esperienza ai Sette Consoli un momento unico.
Gli ambienti del ristorante sono un riflesso fedele dello spirito di Anna Rita e Mauro: eleganti ma mai pretenziosi, intimi ma pieni di luce, arredati con gusto e arricchiti da opere d’arte che dialogano con la bellezza dei piatti. Ogni dettaglio, dalla mise en place ai fiori freschi sui tavoli, contribuisce a creare un’atmosfera senza tempo, dove il piacere del cibo si fonde con quello dell’ospitalità. La cucina di Anna Rita Simoncini è un inno alla concretezza e alla bellezza della materia prima. Chi siede ai Sette Consoli sa che ogni piatto è il frutto di un pensiero, di una visione e di una dedizione costante all’eccellenza.
Dai suoi fornelli nascono creazioni che uniscono rigore tecnico e poesia gastronomica: Millefoglie di Parmigiana di leggerezza ed equilibrio sublimi, Cannelloni verdi di colombaccio con fondo e tartufo nero estivo che commuovono per intensità, Carré di agnello in panatura aromatica con crema all’aglio dolce, millefoglie di patate e tartufo nero, fino a capolavori che celebrano la terra umbra come le Lumache fritte alle erbe aromatiche, i Cappellacci di animelle di vitello e carciofi, la Pernice arrostita con verze e prugne secche al lardo, e l’indimenticabile Piccione con scaloppa di foie gras e funghi cardoncelli.
La sua cucina è una dichiarazione d’amore verso l’Umbria, verso i suoi sapori ribelli e fieri, ricchi di storia e di verità. È una cucina che racconta il territorio con rispetto e creatività, che non teme di guardare avanti pur restando profondamente radicata nelle tradizioni. Da oltre trent’anni, Anna Rita Simoncini non ha mai sbagliato un piatto: merito di una volontà di ferro, di una concentrazione quotidiana e di un allenamento costante all’eccellenza, qualità che la rendono una delle interpreti più autentiche della cucina italiana contemporanea. I Sette Consoli non sono solo un ristorante, ma un luogo dell’anima, dove la cultura gastronomica umbra si eleva a forma d’arte e diventa esperienza. Qui, ogni servizio è una sinfonia perfettamente orchestrata, ogni piatto un racconto di emozioni e territorio.
Se si vuole davvero capire cosa sia la cucina umbra e indagarne il suo DNA più profondo, da qui bisogna passare. È un passaggio obbligato per chi ama la buona tavola, per chi cerca autenticità e classe, per chi vuole scoprire come la tradizione possa diventare innovazione senza mai perdere la sua anima. Anna Rita Simoncini e Mauro Stopponi hanno trasformato I Sette Consoli in un simbolo di Orvieto e dell’Umbria gastronomica, un luogo che resiste al tempo e continua a crescere, un punto fermo nella storia della cucina italiana. Entrare qui significa vivere un’esperienza completa, fatta di sapori, profumi, arte e calore umano: l’essenza stessa di quella che possiamo definire “la sovranità dell’eccellenza”.
Ristorante I Sette Consoli: Piazza Sant’Angelo, 1A – Orvieto
Chef Giuseppe Di Iorio nasce in una famiglia di origine romane e calabresi. Grazie a suo padre si avvicina sin da piccolo al mondo della cucina, imparando ad apprezzare i sapori autentici della nostra tradizione culinaria. Dopo la scuola alberghiera a Roma, inizia la sua carriera nel Ristorante Margutta per poi volare a Londra nel ristorante del prestigioso Hyde Park Hotel, sotto la guida di Giuseppe Sestito, primo executive chef italiano del famoso indirizzo inglese. Al ritorno nella Capitale, entra nell’alta ristorazione alberghiera, prima all’Hotel Inghilterra poi al Parco dei Principi. Nel 2005 raggiunge Sestito al ristorante stellato Mirabelle dell’Hotel Splendide Royal, dove ha l’opportunità di far crescere la sua expertise con un’esigente clientela internazionale, dalle celebrity ai capi di Stato. Dal 2010 è lo chef alla guida del Ristorante Aroma. Nel 2014 riceve la prima Stella Michelin. Chef Di Iorio propone un percorso in cui svela la sua filosofia ed essenza culinaria, fatta di creatività, contaminazioni, passione, tecnica e rispetto per la materia prima.
Alla base dei menu, una ricerca ossessiva degli ingredienti che ama reperire tra i piccoli produttori locali. Il territorio è il punto di partenza dei suoi piatti, che crea focalizzandosi sull’essenza del gusto secondo l’amato principio del less is more. Piatti di grande personalità diventano un omaggio ad ingredienti che lo chef seleziona con la stessa attenzione al dettaglio che caratterizza tutte le fasi del suo lavoro. La straordinaria tradizione della cucina italiana si rinnova in preparazioni che sorprendono piacevolmente. Spirito di squadra, attenzione al dettaglio e servizio impeccabile contribuiranno a far vivere agli ospiti momenti memorabili.
Celebre l’episodio in cui ha accolto Quentin Tarantino e Leonardo DiCaprio con uno spaghetto pomodoro e basilico, accompagnato da un calice di Barolo e la magia di un tramonto sul monumento più iconico del mondo. “È forse il piatto più semplice e allo stesso tempo più difficile”, racconta lo chef, “perché bilanciare tre ingredienti così basilari richiede rigore e sensibilità”. Ogni sua creazione è un ritorno all’essenza del cibo, un equilibrio tra esperienza, tradizione e tecnica, che si rinnova costantemente con passione e dedizione.
Per Di Iorio, la cucina non è mai stata solo un mestiere, ma una forma d’arte, un mezzo per esprimere sé stesso e condividere emozioni attraverso il gusto. Nato da madre romana e padre calabrese, Giuseppe Di Iorio cresce in una famiglia numerosa, con un padre che amava cucinare e che gli trasmette la passione per la tavola e i sapori autentici. Dopo il diploma alla Scuola Alberghiera di Roma, inizia la sua formazione al Ristorante Margutta, per poi volare a Londra al prestigioso Hyde Park Hotel, dove lavora accanto a Giuseppe Sestito, primo executive chef italiano del celebre indirizzo inglese. Al suo ritorno in Italia entra nel mondo dell’alta ristorazione romana, lavorando presso l’Hotel Inghilterra e il Parco dei Principi, fino a raggiungere nuovamente Sestito al ristorante Mirabelle, una stella Michelin, sulla terrazza dell’Hotel Splendide Royal.
Con maturità, personalità e visione, Di Iorio approda infine al ristorante Aroma, dove dà vita al suo progetto più ambizioso: una cucina che unisce passione, dedizione e rispetto per la materia prima, con un’attenzione estrema al dettaglio e alla qualità. La proposta culinaria di Chef Di Iorio è molto legata al territorio e alla materia prima. Le ricette gourmet rielaborano i sapori e i gusti della tradizione italiana. Oggi, Giuseppe Di Iorio rappresenta una delle voci più autorevoli della cucina italiana: un artigiano del gusto capace di reinterpretare la tradizione con grazia e innovazione, mantenendo sempre viva la sua filosofia più autentica – quella che vede nella semplicità, nella passione e nel rispetto per il cibo le basi di ogni grande creazione.
Lo Chef Giuseppe Di Iorio è considerato uno dei talenti più giovani e più brillanti d’Italia, mentre il personale del ristorante vista Colosseo è diretto da Maurizio Ciurli e dal sommelier Alessio Dominici, che garantiscono un servizio professionale ed attento.
Origini romane e calabresi, una grande famiglia, sei figli e un padre che ama cucinare. Giuseppe Di Iorio, scopre la cucina così, nel cuore della tradizione italiana. Metti un calabrese nato in una famiglia numerosa arrivato dopo ben quattro sorelle che, dopo aver frequentato l’alberghiero e vissuto esperienze professionali importanti in posti diversi, trova a Roma la sua seconda “patria”.
Metti un maestro chef, Giuseppe Sestito, che gli ha insegnato molto di quello a cui, oggi, lo chef Giuseppe Di Iorio, si ispira nel suo lavoro quotidiano. Metti la leggerezza di sapere che stai facendo il lavoro che volevi fare da sempre, e che non potresti immaginarti vestito in un altro modo se non nella divisa da chef.
Metti la passione, la dedizione e il più concreto rispetto per la materia prima con cui si possono comporre i piatti. Nasce così Giuseppe Di Iorio. Lo chef che ha reso uno dei mestieri più belli ma anche più difficili la sua passione in un ristorante che ha nel nome la città più antica del mondo e con il Colosseo così vicino che sembra toccarlo con mano.
Aroma Restaurant: Via Labicana, 125 – Roma
Mail: g.diorio@aromarestaurant.it
Telefono: 06 9761 5109
https://www.docitaly.net/wp-content/uploads/2025/10/di-iorio-3.jpg702795docitaly/wp-content/uploads/2016/11/docitaly.pngdocitaly2025-11-11 19:23:372025-12-01 15:24:21Chef Giuseppe Di Iorio
Cuoca, pasticcera, moglie e mamma. Iside De Cesare è tutto questo. Donna multi tasking dalle mille sfaccettature, incarna il modello femminile dell’era moderna capace di conciliare il lavoro con la famiglia, distribuendo tempo ed energia sia all’uno che all’altra. Ma chi è Iside De Cesare? Iside Maria De Cesare, classe 1973 nasce a Roma, dove frequenta la facoltà di ingegneria dopo aver conseguito la maturità scientifica. Durante gli studi si diletta in cucina prima in un ristorante stagionale aperto insieme alle sorelle e successivamente consolida la propria esperienza in altre attività ristorative. Si appassiona così tanto alla cucina che decide di interrompere l’università per dedicare le proprie energie al mondo della ristorazione. Comincia il suo iter esplorativo tra il ristorante Agata e Romeo a Roma, le Colline Ciociare di Salvatore Tassa per approdare poi alla Pergola del Rome Cavalieri. Dopo due anni alla corte di Heinz Beck va in Romagna alla Frasca Di Castrocaro Terme e, dopo altri due anni come chef in varie strutture e alberghi, dal 2005 gestisce ed è cuoca, insieme al marito Romano Gordini, il ristorante La Parolina premiato con la stella Michelin nel 2009.
La Parolina si trova a Trevinano, una piccola frazione del comune di Acquapendente in provincia di Viterbo, terra di confine tra le regioni, Lazio Umbria e Toscana. Un ristorante stellato dall’ambiente famigliare dove propone una cucina semplice, riconoscibile e di gusto: “Ho da sempre un grande senso della famiglia e quando cucino immagino sempre di farlo per il pranzo della domenica, quando tutti sono riuniti intorno al tavolo in un clima di festa e gioia. La tavola è convivialità e io cerco di darla anche attraverso i miei piatti.”Non si risparmia Iside che in questi anni, ben 27, ha saputo cogliere il meglio da ogni cosa che la vita le offriva, a partire dal diventare madre che per lei ha significato imparare a nutrire il commensale, ad andare oltre l’estetica e la tecnica fine a sè stessa: “Viviamo in un territorio ricchissimo che offre un incredibile varietà di materie prime e di ricette della tradizione. In questi anni è diventato sempre più stretto il mio rapporto con i fornitori locali da cui attingo per le materie prime. Ho riscoperto, per esempio, il pesce di lago e i legumi, così come utilizzo molto la cacciagione nei mesi invernali dove la mia cucina diventa più strutturata. Noi facciamo ancora la pasta fatta in casa con il mattarello e le conserve di pomodoro come quando ero bambina. Ho imparato a usare i prodotti locali quando ci sono ma anche a conservarli quando sono alla massima maturazione e usarli poi nei mesi dove non posso trovarli freschi, e buoni”.
La Parolina è stato premiato con la stella Michelin nel 2008: “La stella Michelin per me è stata importante, è una cosa di cui vado fiera e di cui sono rispettosa. Ma la soddisfazione più grande per me rimane la felicità dei clienti con cui mi confronto ogni giorno”.
Non è un caso che Iside faccia parte dell’Atelierdes Grandes Dames, network creato da Veuve Clicquot che accoglie donne talentuose – come fu la fondatrice della Maison di Champagne che rimase vedova a 27 anni e prese in mano le redini della cantina facendone uno dei marchi più famosi del mondo – e celebra i talenti femminili dell’alta ristorazione, come la nostra piccola chef dai grandi occhi azzurri. Il ristorante gode di una vista mozzafiato sul Monte Amiata, mentre nella bella stagione di mangiare all’aperto in giardino o sulla terrazza. Per chi volesse staccare la spina dalla città c’è la possibilità di soggiornare in comode e spaziose stanze e gustare di una colazione curata da Iside “Per me la colazione è sacra: iniziare la giornata con il sorriso e tante leccornie è il modo migliore per affrontarla”.
Iside Maria Di Cesare è tutta determinazione e sorrisi, e niente scorciatoie. Potresti mai scegliere un posto tanto appartato se vuoi la vita facile? Giammai. Meglio sapere che chi ti viene a trovare non capita per caso. Che poi: ora che c’è la stella, il libro delle prenotazioni è sempre fitto. Ma quando Iside e suo marito Romano si sono messi in proprio, 6 anni e passa fa, era dura. Un po’ li ha sorretti l’amore – quello romantico e quello per la cucina – un po’ la tenacia.
Pasticciera di formazione, Iside ormai si muove con disinvoltura nella cucina di terra di questa zolla di Italia centrale, fatta da elementi come tartufo, cacciagione, funghi, castagne. Ma Iside pesca anche nel repertorio familiare e tradizionale, suo e di Romano, tra ragù, brodi e paste fatte in casa di domenicale ispirazione; e in qualche dizionario internazionale, da cui sbuca l’immancabile foie gras. Alla voce dessert Iside si muove come un pesce nella sua acqua: tocco magico ovunque, anche se lei si considera una “cioccolataia”.
Il 5 marzo 2005 era un sabato e a Trevinano, una frazione di Acquapendente nella provincia di Viterbo, due ragazzi aprivano le porte del loro ristorante in un paese che contava un centinaio di residenti. Siamo ai confini che il Lazio vanta con il paesaggio unico che lo unice a Toscana e Umbria. Quei due ragazzi si chiamano Iside De Cesare e Romano Gordini e le porte che si accingevano ad aprire davano sui tavoli de La Parolina.
“Abbiamo aperto a Trevinano per caso. Io e Romano cercavamo in quella zona perché affascinati dalle colline che univano Lazio, Umbria e Toscana, poi abbiamo conosciuto una ragazza che ci ha fatto vedere un locale. Era chiuso, ma ci è piaciuto subito. Ci siamo attivati per la licenza e soprattutto ci siamo impegnati in prima persona per ristrutturarlo. È stata una fatica bellissima”. Così Iside De Cesare racconta la nascita della prima Parolina e così inizia il percorso di uno dei ristoranti più importanti del Centro Italia.
Dove nasce il nome del ristorante lo racconta Romano: “il nome c’era e l’abbiamo tenuto, ci piaceva l’idea di una ristorazione sussurrata, fatta di paroline. Avevamo un sogno e ci siamo impegnati tutto e fino all’ultimo per realizzarlo”. Il primo estimatore de La Parolina è Luigi Cremona, storico critico gastronomico e instancabile talent scout delle migliori cucine italiane. Pochi mesi dopo l’apertura arriva la prima segnalazione in guida ed è il Gambero Rosso a notare la cucina di Iside e Romano, che non si allontanano dal territorio in cui lavorano e vivono, concependo piatti fortemente legati ai piccoli produttori che avevano intorno e che oggi sono cresciuti con loro. Nel 2008 arriva l’importante riconoscimento della stella Michelin per l’edizione 2009 della guida e nello stesso anno arriva anche Azzurra, la prima figlia di Iside e Romano.
Qualche anno dopo si presenta la possibilità di acquistare un terreno di fronte a La Parolina che rappresentava il sogno di regalare una vista spettacolare ai loro ospiti sulle colline circostanti. Iside e Romano la colgono e così, nel 2011, iniziano i lavori della nuova Parolina che sorgerà in un casale di pietra affacciato tra Lazio, Umbria e Toscana. Sempre nel 2011 apre La Letterina, il bed and breakfast che permette a chi vuole godere dell’alta Tuscia di rimanere e vivere un’esperienza gastronomica arricchita da un’ottima colazione. In quell’anno arriva anche Giacomo, secondo figlio di Iside e Romano che nel 2012 inaugurano la nuova Parolina, affacciata proprio su quelle colline di cui si sono innamorati.
Oggi, dopo venti anni, La Parolina è riconosciuta per la sua forte identità territoriale e rimane una stella Michelin legata al lavoro non solo di due chef, ma di tutte le aziende che sono cresciute con loro in questi vent’anni. Un impatto sull’economia territoriale molto importante. Piatti costruiti su sapori riconoscibili, con una visione creativa che mai allontana la centralità del gusto dalla tecnica e dall’estetica. La Parolina è un laboratorio di cucina centrato il più possibile sul fatto in casa, dalla pasta al pane e, grazie all’orto di proprietà, anche di tutte le composte e conserve vegetali che valorizzano il menù del ristorante e della colazione.
“L’idea comune è stata e rimane quella di poter accogliere le persone in una casa di campagna, come fosse sempre domenica. Accogliere le persone con elegante informalità e fargli vivere non solo la bellezza della vista e dei luoghi, ma i sapori che li caratterizzano”.
Iside De Cesare non è solo una cuoca, ma un’imprenditrice che negli anni ha sviluppato progetti di formazione come Chef in Campus, che prende forma nei casali Monaldesca e Palombaro all’interno della Riserva Naturale di Monte Rufeno. Veri e propri campus in cui ci si immerge non solamente nelle nozioni di importanti chef, con percorsi professionalizzanti di sette o dieci giorni, ma ci si perde anche nella natura incontaminata circostante. Una formazione esperienziale, che Iside definisce “l’altra formazione”, fatta di percorsi di conoscenza profonda sulle materie prime e le loro origini. Foraging, mungiture e attività casearie, degustazioni di vino e di olii extravergini con laboratori che hanno l’obiettivo di essere un valore aggiunto nella crescita professionale e personale di chi vi partecipa.
“Quando abbiamo iniziato, ci siamo venduti la macchina per comprare l’abbattitore, – confessa Romano Gordini – lo dico per far capire quanto ci abbiamo creduto e quanto è stata forte la nostra voglia di realizzare quello che è tutt’ora un sogno”.
Iside De Cesare ha inoltre partecipato al talent riservato agli aspiranti chef in onda su SkyUno, Masterchef Italia, condotto da Bruno Barbieri, Joe Bastianch, Antonino Cannavacciuolo e Carlo Cracco. La chef stellata de ”La Parolina” è stata una delle ospiti della puntata decisiva dello show, andata in onda nel 2015, in cui i concorrenti si sono sfidati per conquistare il titolo di quinto Masterchef italiano. Per l’Invention Test, Iside, ha proposto Trota in olio cottura alle erbe e salsa di cetriolo.
I valori de La Parolina sono da sempre accoglienza familiare, spirito di amicizia e valore dei legami affettivi che costruiscono una rete di persone che lavorano al centro del territorio in cui vivono. I clienti di Iside e Romano sono i veri protagonisti di quella vista sulle colline goduta insieme ai loro piatti.
Indirizzo Ristorante La Parolina
Via Giacomo Leopardi, 1 – Trevinano (VT)
Tel. +39 0763 717130
https://www.docitaly.net/wp-content/uploads/2015/09/CHEF-ISIDE-DE-CESARE-LA-PAROLINA-e1753209454461.jpg596832docitaly/wp-content/uploads/2016/11/docitaly.pngdocitaly2025-11-10 00:20:092025-11-14 12:30:23Chef Iside De Cesare
Salvo Cravero è uno chef con oltre trent’anni di esperienza alle spalle, che ha fatto della cucina non solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Nato nel 1977 in Molise, si è poi stabilito nella Tuscia, terra alla quale è profondamente legato sia dal punto di vista personale che professionale. È proprio in questi luoghi che ha deciso di costruire il suo percorso, mettendo al centro la valorizzazione del territorio, la qualità delle materie prime e un approccio alla cucina che unisce rispetto per la tradizione e voglia di innovare.
Il suo cammino comincia nel 1991, quando si iscrive all’Istituto Alberghiero di Termoli. Da lì, inizia a lavorare come commis e aiuto cuoco in diversi ristoranti e alberghi, maturando le prime esperienze in cucina. Nel 1998 si trasferisce a Viterbo e lavora al Grand Hotel Salus. Proprio qui conosce Sara, che diventerà la sua compagna di vita e sarà anche una figura fondamentale nel suo percorso di crescita professionale.
Nel 2000 entra a far parte della brigata del ristorante Le Sans Souci a Roma, una stella Michelin. Un’esperienza importante che gli permette di lavorare su tutte le partite e di formarsi accanto a grandi professionisti. Dopo questa tappa, ricopre il ruolo di chef in diversi locali di qualità, come L’Antico Bottaro, sempre nella capitale, dove inizia a definire uno stile di cucina sempre più personale e attento ai dettagli. Salvo continua a formarsi, partecipa a corsi di specializzazione e diventa membro di Euro-Toques, l’associazione fondata da Gualtiero Marchesi.
Questo gli dà la possibilità di confrontarsi con alcuni dei nomi più importanti della cucina italiana e internazionale, e di ampliare la sua visione. Nel 2005, insieme a Sara, apre L’Etoile a Vetralla, un ristorante gourmet che ottiene ottimi riconoscimenti da parte della critica e delle guide gastronomiche. Qui propone una cucina attenta, creativa, ma sempre legata ai sapori autentici del territorio.
Oltre al lavoro ai fornelli, negli anni Salvo comincia anche a portare la sua cucina in televisione, partecipando a programmi come “Cucine d’Italia”, “Panino Amore Mio” su Gambero Rosso Channel e “Ricette all’Italiana” su Rete 4, con Anna Moroni e Davide Mengacci. Questo gli permette di farsi conoscere da un pubblico più ampio e di raccontare il suo modo di fare cucina in modo semplice e diretto. Nel 2018 arriva un incarico di grande prestigio: curare i menù di prima classe per Alitalia, nella classe Magnifica, progetto che lo vede coinvolto anche con Joe Bastianich.
In seguito, riceve l’incarico di ideare il primo menù per la nuova compagnia ITA Airways, sempre per la classe di punta. Due esperienze che lo portano a rappresentare l’eccellenza della cucina italiana a livello internazionale. Nel tempo, Salvo riceve anche importanti riconoscimenti: diventa Ambasciatore del Gusto Doc Italy per la provincia di Viterbo, e collabora con realtà di valore come il Castello di Semivicoli, della famiglia Masciarelli, produttori di vini di alta qualità. Lavorare in abbinamento con un grande marchio del vino è per lui un’occasione per approfondire la connessione tra cucina e territorio.
Negli ultimi anni, oltre all’attività di chef, si dedica con passione alla formazione. Insegna in scuole prestigiose come la Boscolo Etoile Academy, Coquis e la Gambero Rosso Academy, condividendo con gli studenti non solo ricette e tecniche, ma anche una visione concreta del mestiere, fatta di studio, esperienza e passione. Ha sempre avuto una particolare attenzione per la panificazione e i lievitati, tanto da vincere il premio per il miglior pane nella selezione Centro-Sud del concorso Emergente Sala, ideato da Luigi Cremona. Inoltre, porta avanti una piccola produzione di formaggi caprini a latte crudo, insieme a un amico allevatore tra Roma e Viterbo. È anche molto attivo nei corsi dedicati all’arte bianca, che tiene dal 2020 per professionisti e appassionati. Oggi è alla guida del ristorante Ristòria Pepe Nero a Capodimonte, affacciato sul Lago di Bolsena. Un progetto che unisce tradizione e innovazione, cucina di territorio e attenzione alle tecnologie moderne. Il suo obiettivo è raccontare attraverso i piatti la bellezza della Tuscia, usando materie prime locali, tecniche precise e una sensibilità costruita in trent’anni di lavoro.
La sua cucina parte spesso dalla “memoria dell’acqua”: quella dolce del lago e quella salata del Tirreno che bagna le coste non lontane, una fusione che si ritrova nei sapori e nei profumi dei suoi piatti. Salvo crede molto nella condivisione, non solo con i colleghi, ma anche con gli appassionati che vogliono avvicinarsi ai fornelli. Ama trasmettere ciò che ha imparato e farlo in modo pratico, partendo dalla selezione delle materie prime, passando per le tecniche fino al servizio. Tiene regolarmente corsi sulla cucina, sulla panificazione, sulla caseificazione, sempre con l’obiettivo di valorizzare il sapere artigianale e la qualità degli ingredienti. Il suo è un percorso costruito giorno dopo giorno, con dedizione, passione e curiosità. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, ma con i piedi ben piantati nella terra che ama: la Tuscia. Una cucina concreta, legata alla realtà, che non dimentica mai le proprie radici ma guarda con attenzione al futuro.
Lo chef Massimo Viglietti è una delle figure più eclettiche e visionarie della cucina contemporanea italiana, un talento capace di unire istinto, tecnica e creatività in una sintesi personale e inconfondibile. Dopo una lunga carriera che lo ha visto protagonista in ristoranti di grande prestigio, tra cui Il Palma ad Alassio, dove ha ottenuto la stella Michelin, e successivamente TavolaViva e Taverna dei Caruggi, Viglietti approda a Roma dando vita a un progetto che rivoluziona il concetto stesso di esperienza gastronomica. La sua è una cucina d’autore, senza barriere e con menu concettuali, audaci e multisensoriali che hanno conquistato pubblico e critica.
Estremo, coraggioso, provocatorio nel pensiero e raffinato nell’esecuzione, Viglietti ha costruito un linguaggio culinario fatto di contaminazioni, memoria, arte e rock, che gli è valso numerosi riconoscimenti nel panorama nazionale. La stampa specializzata lo definisce “uno degli chef più innovativi del nostro tempo”, e i suoi piatti, vere narrazioni visive ed emotive, sono diventati il marchio distintivo di una carriera che continua a sorprendere, evolvere e sperimentare senza sosta.
Ligure, anticonformista per natura, lo chef al timone dell’insegna fine dining del Lord Byron Hotel rifiuta le convenzioni e stupisce con creazioni non sempre d’immediata comprensione, ma che trova un senso delizioso sul palato. L’esperienza di un cuoco non può essere diluita nello spazio di una cena.
Chi assaggia non s’illumina d’immenso a comando, non può entrare in immediata sintonia con un pensiero, soprattutto quando la maniera di interpretare un piatto nella mente di chi crea, si figura in maniera diametralmente opposta rispetto a chi è invitato a scoprirlo. E così occorre fare uno sforzo in più, ascoltare, sviscerare, parlare e comprendere quella diversità di visioni, onorando quindi sia l’esperienza che il seme originario di un piatto. Ce ne siamo convinti alla tavola di Relais Le Jardin, il ristorante fine dining del Lord Byron Hotel, quartiere Parioli a Roma, dove da circa un anno ha preso le redini della cucina il ligure Massimo Viglietti, che in quel luogo sognava di fermarsi dal suo primo approdo nella Capitale e dove trent’anni fa hanno brillato le prime due stelle Michelin dell’urbe capitolina.
Originario di Alassio, deve tanto ai suoi genitori; deve tanto alla Palma, il ristorante di famiglia, due macaron e tanta passione, dove inizia a capire cosa, ma soprattutto chi volesse diventare; un cuoco, un cuoco libero, un cuoco che sceglie questo mestiere non tanto per lamentarsi e sentirsi frustrato, costretto a un unico campo base vita natural durante, a macinare ore a testa bassa subendo pressioni e richieste tali da snaturare la forza creativa, declassando il genio a mero esecutore: «Per fare questo mestiere bisogna divertirsi, sbagliare e accogliere la convinzione che non puoi piacere a chiunque. Di ore ne passi chiuso in un ristorante, quindi tanto vale farlo provando a creare qualcosa che rappresenti noi stessi fino in fondo», dichiara Viglietti
Lascia Alassio molto presto Massimo, ma non ha mai dimenticato la sua terra e, infatti, i profumi che gli appartengono tornano a piccole dosi, senza mai abbandonare la tradizione a sé stessa, una panissa per far scarpetta con della riduzione alla Coca- Cola, o un Pansotto come un gyoza ripieno alle erbe,soffiando un alito di nuovo sul ricettario della memoria.
Lascia Alassio, dicevamo, e per almeno un anno i suoi non gli rivolgono la parola, mentre Viglietti inizia a frequentare gli illustrissimi di Francia, Paul Bocuse, Louis Outhier e Roger Vergé, e così scalfisce, lima, approfondisce, fino all’attracco nell’urbe capitolina, salpando tra nuove aperture e palcoscenici vari come lo sono stati Achilli al Parlamento o Taki Off, ed è qui che si rivela la “fattura della stoffa” di questo cuoco: cresta argentea, tatuaggi, eppure non per questo parleremo di cuoco “dall’anima rock”. Viglietti, piuttosto, è un visionario, artista dannato o dannato artista, che sa trovare una giustificazione alle sue idee, sempre, e quando te ne rende partecipe, difficilmente si trova modo di contrastarlo, perché squisitamente coerente.
Si guarda allo specchio, alza una mano: «Ciò che riusciresti a vedere in questo specchio è già diverso rispetto a quanto possa vederci io. Ecco, nella cucina, nell’approccio al sapore, accade più o meno la stessa cosa». Siamo condizionati dal nostro vissuto, da quello che ci ha attraversati e da quello che abbiamo assaggiato; quindi è del tutto naturale non riuscire a trovare conforto in una data visione «come non è del tutto semplice accettare la diversità, eppure è nel confronto tra visioni, aggiunge Viglietti, nella singolare disamina di una pietanza che ciascuno offre, che sussiste la vera bellezza di questo lavoro».
Nel cuore di Rivodutri, un piccolo borgo della provincia di Rieti con poco più di mille abitanti, la famiglia Serva ha scritto una delle pagine più affascinanti e innovative dell’alta cucina italiana. Con il ristorante La Trota, oggi insignito di una stella Michelin, ha saputo trasformare il pesce d’acqua dolce, spesso considerato “minore” rispetto al pescato marino, in una risorsa preziosa, un simbolo di identità territoriale e una raffinata espressione gastronomica.
La storia de La Trota inizia nel 1963, quando Emilio Serva e la moglie Rolanda aprono una semplice trattoria sulle sponde del fiume, dove si cucinavano alla brace i pesci portati dai pescatori locali. Da allora, quella piccola realtà è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento per la cucina di lago, un luogo dove tradizione e innovazione si incontrano armoniosamente. A raccogliere l’eredità di Emilio sono stati i figli Maurizio e Sandro Serva, due cuochi autodidatti, profondamente legati alla loro terra. Con passione, intuito e una sensibilità rara, i fratelli hanno saputo interpretare la natura circostante come un ecosistema gastronomico unico, elevando il pesce d’acqua dolce a protagonista di una cucina elegante, tecnica e sorprendentemente moderna. La loro visione ha reso Rivodutri una meta per gourmet e amanti del fine dining, un luogo dove il lago si racconta attraverso sapori autentici e piatti poetici.
Oggi, la tradizione continua con la terza generazione, rappresentata da Amedeo e Michele Serva, che si occupano della sala e della cantina, curando con attenzione il servizio e la selezione dei vini. Le loro scelte seguono un filo conduttore coerente con la filosofia della casa: molte etichette provengono da territori vicini a laghi e fiumi, in un perfetto dialogo con la cucina del padre e dello zio. Il menu degustazione “Acqua”, proposto a 150 euro, è un vero e proprio viaggio sensoriale in undici portate, un racconto fluido e coerente in cui il lago è sempre protagonista. Piatti come la Sfera di patata con fegatini di trota, gel di carote e zest d’arancia, i Capellini d’angelo con carpaccio di tinca e brodo speziato servito in moka, o la Finta Ostrica, un guscio di cozza del Lago di Piediluco ripieno di trota, cavolfiore, tartufo, tè nero e brodo di funghi, sono esempi perfetti di una cucina che gioca con la memoria e la sorpresa, mantenendo sempre eleganza e misura.
Ogni creazione racconta una storia di territorio e tecnica. Il pesce persico reale cotto in olio al coriandolo con peperone, pane croccante e uova di trota celebra la delicatezza e la precisione; il luccio al cartoccio con piselli, funghi cardoncelli e bisque di gamberi di lago mostra la capacità dei Serva di equilibrare complessità e immediatezza; mentre la carpa in crosta di semi di papavero con maionese di rape rosse e sedano d’acqua rappresenta la perfetta fusione tra colore e gusto.
Immancabile anche il tortello di salmerino affumicato con spezie, pera caramellata e spuma di cannella, piatto iconico del menu, e lo spaghetto alla trota, cotto nel suo fondo e mantecato con il grasso del pesce, completato da una croccante pelle soffiata. Piatti che rivelano una profonda conoscenza della materia prima e una continua ricerca estetica. Tra i capolavori della casa spicca la trota scottata con guazzetto ristretto, funghi porcini e more, un connubio perfetto tra bosco e lago, e l’anguilla alla brace con caffè, pimpinella e guacamole alla banana, un piatto che sorprende per la sua audacia e la capacità di alleggerire un ingrediente complesso con creatività e tecnica. Il percorso si conclude con la Zuppa di agrumi con cannolo al cioccolato bianco salato, mousse al mango, gelato alle olive e cialda agli agrumi, un dessert che rinnova il palato e suggella l’esperienza con una freschezza vibrante.
La location de La Trota riflette la filosofia della famiglia: ambienti dominati dal bianco, grandi vetrate che affacciano sulla campagna e una semplicità elegante che richiama il concetto di prossimità e rispetto per la natura. E la storia non si ferma qui. I Serva hanno recentemente avviato un nuovo progetto, il recupero di un antico edificio accanto al ristorante, destinato a diventare un piccolo albergo con cinque camere e cucina. Un’ulteriore evoluzione di una visione che non smette di rinnovarsi, offrendo agli ospiti un’esperienza completa di accoglienza e territorio.
Oggi, La Trota di Rivodutri è molto più di un ristorante: è un manifesto gastronomico, una celebrazione sincera della cucina di lago e un esempio di come la tradizione, se rispettata e reinterpretata con intelligenza, possa diventare avanguardia.
La Trota: Via S. Susanna, 33, 02010 Rivodutri (RI), Italia
Telefono: 390746685078
https://www.docitaly.net/wp-content/uploads/2022/11/serva-3.jpg698831docitaly/wp-content/uploads/2016/11/docitaly.pngdocitaly2025-07-07 18:55:382025-11-20 11:36:06Fratelli Serva
Vitantonio Lombardo, classe 1979, nasce in Basilicata e sin da giovanissimo dimostra un legame profondo con la propria terra. A soli quindici anni lascia la casa natale per inseguire la sua più grande passione: la cucina. Con sé porta, come bagaglio di ricordi e di formazione affettiva, le ricette della nonna — la cuoca di famiglia — che lo hanno iniziato al gusto e alla memoria gastronomica lucana.
È proprio da quei sapori, semplici e autentici, che nasce la sua filosofia culinaria, fatta di rispetto per la tradizione, curiosità per l’innovazione e profondo senso di appartenenza alle proprie origini. Il percorso di Vitantonio è caratterizzato da una lunga e intensa gavetta, costellata di incontri fondamentali con grandi maestri della cucina italiana. A Bagno di Romagna, nella brigata di Paolo Teverini, apprende l’arte dell’eleganza a tavola; da Silver Succi assimila l’importanza assoluta della materia prima; con Gianfranco Vissani impara a conoscere e interpretare il territorio come fonte d’ispirazione; da Fabio Barbaglini acquisisce padronanza delle tecniche di cottura moderne; e infine, accanto a Davide Scabin, scopre la forza della creatività e l’audacia dell’innovazione, tanto da dedicargli, anni dopo, la celebre Pizza in Black, omaggio al piatto simbolo “Black is Black” dello chef piemontese.
Dopo più di un decennio di esperienze in giro per l’Italia, nel 2009 Vitantonio entra a far parte della Locanda Severino a Caggiano (SA) sin dall’apertura, nel ruolo di chef. Tre anni più tardi, nel 2012, ne diventa anche titolare. È qui che inizia a consolidare la propria identità gastronomica: nei suoi menu la tradizione, messa temporaneamente da parte durante gli anni di formazione, torna protagonista in chiave moderna.
Lombardo reinterpreta i sapori lucani con equilibrio, leggerezza e rispetto della stagionalità, con una sensibilità tecnica che guarda al futuro senza tradire il passato. Nel 2012 ottiene la sua prima Stella Michelin, un riconoscimento che lo consacra tra gli chef più promettenti del panorama nazionale. Ma la storia di Vitantonio Lombardo non si ferma qui. Il 28 maggio 2018 decide di tornare nella sua Lucania, aprendo a Matera il suo ristorante omonimo: Vitantonio Lombardo Ristorante.
La scelta della città non è casuale. Matera, con i suoi Sassi, rappresenta la sintesi perfetta tra storia, cultura, pietra e luce — elementi che da sempre ispirano la sua idea di cucina. Il ristorante nasce all’interno di una grotta nel Rione Sassi, mantenuta volutamente nel suo fascino naturale, su progetto dell’architetto Alessandro Tortorelli, e con la supervisione dello stesso Lombardo, che desiderava un luogo capace di fondere il genius loci materano con la modernità. Gli ambienti, irregolari e suggestivi, alternano il tufo a vista a dettagli in vetro trasparente: una combinazione di semplicità e contemporaneità.
La sala grotta, ampia e accogliente, affaccia sulla cucina a vista, cuore pulsante del locale; la sala cava è più intima, perfetta per un’esperienza riservata; e la cantina, curata nei minimi dettagli, ospita etichette selezionate con amore e competenza. In sala, il suo fidato braccio destro Donato Addesso accoglie gli ospiti con eleganza e calore, completando un’esperienza gastronomica che è al tempo stesso familiare e sofisticata. Nel ristorante di Matera, Vitantonio Lombardo unisce la sua anima lucana con una visione cosmopolita e contemporanea. Ogni piatto è un racconto: ingredienti locali, tecniche raffinate e contaminazioni internazionali convivono in perfetto equilibrio. Nei suoi menu convivono le radici della Basilicata e l’estro di uno chef che ha fatto dell’autenticità la propria bandiera. Il successo non tarda ad arrivare: nel 2019 il Ristorante Vitantonio Lombardo ottiene la Stella Michelin, confermata anno dopo anno fino a oggi.
Nel novembre 2024 il ristorante conquista la settima Stella Michelin consecutiva, confermando la sua posizione d’eccellenza nella scena gastronomica italiana e internazionale. Un traguardo che premia la costanza, la ricerca e la passione di Lombardo e del suo team, e che consolida Matera come una delle capitali del gusto del Sud Italia. Nel 2026 il locale viene premiato anche dal Gambero Rosso, con 2 Forchette (punteggio 86/100), e da Le Guide de L’Espresso, con 2 Cappelli (16,5/20), riconoscendolo come il miglior ristorante della Basilicata e uno dei più rappresentativi dell’Italia meridionale.
Ma non sono solo i premi a rendere speciale la storia di Vitantonio Lombardo. Nel 2025 lo chef ha condiviso pubblicamente un percorso personale molto importante: dopo aver raggiunto i 176 kg di peso, ha deciso di sottoporsi a un intervento di gastrectomia sleeve, intraprendendo un cammino di rinascita fisica e mentale. In soli otto mesi ha perso oltre 60 kg, cambiando radicalmente stile di vita e affrontando con determinazione una sfida che lo ha reso un esempio di forza e consapevolezza. “Non è stata una passeggiata, ha raccontato, ma ho imparato che la disciplina che serve in cucina può salvarti anche nella vita.”
La cucina di Vitantonio Lombardo è una dichiarazione d’amore per la sua terra. La Basilicata diventa linguaggio, emozione, memoria. I suoi piatti raccontano il mare e la montagna, la semplicità contadina e la nobiltà del gusto, le influenze di una regione che è crocevia di culture e sapori. Ogni creazione è frutto di uno studio profondo: ingredienti locali reinterpretati con tecnica e sensibilità contemporanea, abbinamenti arditi ma mai sfrontati, equilibrio tra tradizione e modernità. L’obiettivo è trasmettere emozioni, non stupire con artifici. Per Lombardo, il ristorante non è solo un luogo dove si mangia: è un’esperienza sensoriale e culturale, un modo per “sentire” la Lucania attraverso profumi, colori e consistenze.
Negli ultimi anni, la sua attività si è arricchita di nuovi progetti. Collabora con realtà agricole locali per la valorizzazione dei prodotti lucani, promuove eventi gastronomici e masterclass rivolte ai giovani chef, ed è ambasciatore di un messaggio di cucina etica, sostenibile e profondamente umana. “Nel piatto — afferma — metto la mia storia, ma anche il futuro che immagino per la Basilicata: una terra capace di emozionare il mondo con la sua autenticità.” Oggi Vitantonio Lombardo è considerato uno dei più grandi interpreti della cucina del Sud Italia. La sua carriera, fatta di sacrificio, studio e umiltà, dimostra che il talento, quando è accompagnato da passione e coerenza, può trasformare anche la pietra più antica in un diamante. E nelle grotte dei Sassi di Matera, dove il tempo sembra essersi fermato, la sua cucina continua a scrivere, giorno dopo giorno, una delle pagine più luminose della gastronomia italiana contemporanea.
Il Vitantonio Lombardo Ristorante sorge nel cuore dei Sassi di Matera, patrimonio mondiale dell’UNESCO, e rappresenta uno dei luoghi più suggestivi e iconici della ristorazione italiana contemporanea. Aperto nel 2018 dallo chef Vitantonio Lombardo, il ristorante è il riflesso perfetto della sua filosofia: rispetto delle radici lucane, ricerca costante, tecnica raffinata e profonda sensibilità per la materia prima.
Ricavato all’interno di una grotta naturale del Rione Sassi, il locale conserva volutamente l’autenticità della pietra materana. Gli ambienti, progettati dall’architetto Alessandro Tortorelli e curati personalmente dallo chef, si sviluppano in un equilibrio armonico tra antico e moderno: il tufo a vista racconta la storia del luogo, mentre gli inserti in vetro trasparente e le luci soffuse creano un’atmosfera intima e contemporanea. Il ristorante si divide in tre spazi principali: la sala grotta, ampia e conviviale, con vista sulla cucina a giorno dove Lombardo e la sua brigata lavorano come in un teatro del gusto; la sala cava, più raccolta, pensata per esperienze private e degustazioni riservate; e la cantina, un piccolo scrigno che custodisce una selezione accurata di etichette italiane e internazionali, con particolare attenzione ai vini lucani.
In sala, l’accoglienza è affidata al fidato Donato Addesso, maitre e braccio destro di Lombardo, che accompagna gli ospiti in un percorso gastronomico elegante ma sincero, dove ogni dettaglio è curato con calore e professionalità. La cucina è un viaggio tra tradizione e innovazione: i piatti dello chef raccontano la Basilicata attraverso ingredienti locali e tecniche moderne. La filosofia del ristorante si fonda sul rispetto del territorio e sulla reinterpretazione contemporanea della memoria gastronomica lucana.
Nei menu degustazione “Radici”, “Evoluzione” e “Essenza” convivono ricette antiche e creatività pura: i fusilli al ferretto diventano opera d’arte grazie a condimenti essenziali e perfettamente bilanciati, la pizza in black è un omaggio al suo maestro Davide Scabin, mentre le carni, i legumi e le verdure di stagione vengono esaltati da cotture leggere e accostamenti sorprendenti. Ogni piatto è costruito per emozionare, rispettando i sapori autentici ma donando loro una nuova vita.Nel 2019, a pochi mesi dall’apertura, il Vitantonio Lombardo Ristorante ottiene la Stella Michelin, riconfermata ogni anno fino a oggi, affermandosi come uno dei migliori ristoranti del Sud Italia e divenendo un punto di riferimento per la gastronomia d’autore.
Nel 2024 il locale ha festeggiato la settima riconferma consecutiva, un traguardo che testimonia la costanza, l’eccellenza e la coerenza del progetto. Anche il Gambero Rosso e Le Guide de L’Espresso lo inseriscono tra i migliori ristoranti d’Italia, premiandone la sensibilità, la precisione e l’identità fortemente legata al territorio. Oggi il ristorante è molto più di un luogo dove mangiare: è un’esperienza sensoriale e culturale, un viaggio nel tempo e nello spazio.
Vitantonio Lombardo Ristorante: Via Madonna delle Virtù, 13, 75100 Matera MT
Fondata nel 1999 da Gennaro Galeotafiore, conosciuto come il “re dei fritti”, Sapori di Napoli è un’eccellenza campana nel mondo della ristorazione, simbolo della migliore tradizione culinaria napoletana reinterpretata in chiave moderna. L’azienda nasce come laboratorio artigianale dedicato alla produzione di prodotti tipici napoletani, fondando la propria filosofia sulla ricerca di materie prime di altissima qualità e sull’equilibrio tra artigianalità e innovazione. Gennaro Galeotafiore, appassionato cultore della cucina partenopea, ha saputo elevare l’arte della frittura a un simbolo di identità gastronomica, conquistando il titolo di ambasciatore DOC Italy per il fritto napoletano.
La sua missione è da sempre quella di preservare e rinnovare la tradizione, creando prodotti che raccontano i sapori autentici della Campania attraverso nuove forme e interpretazioni contemporanee. Il primo decennio di attività, dal 1999 al 2009, segna la nascita e la crescita dell’azienda. Il successo ottenuto e la crescente domanda rendono necessario l’ampliamento della capacità produttiva: nel 2008, Sapori di Napoli trasferisce il proprio stabilimento alle falde del Vesuvio, mantenendo intatta la cura artigianale che da sempre contraddistingue la qualità dei suoi prodotti. Nel secondo decennio, dal 2010 al 2019, l’azienda vive una fase di consolidamento e innovazione.
Nel 2012 viene introdotta la linea “Sfornamì”, che affianca la storica “Friggimì”, ampliando l’offerta con prodotti “pronto forno” pratici, gustosi e versatili. Nel 2016 inizia un importante processo di ammodernamento: viene rinnovata la sede, aumentata la capacità di stoccaggio e potenziato il reparto produttivo. In questo periodo, Sapori di Napoli ottiene le certificazioni BRC e IFS, garanzia di altissimi standard qualitativi. Dal 2020, l’azienda entra nel suo terzo decennio, caratterizzato da un processo di internazionalizzazione che porta il marchio oltre i confini nazionali.
Sapori di Napoli approda su mercati come Stati Uniti, Giappone e Austria, collaborando con eventi di prestigio come la Mostra del Cinema di Venezia e Casa Sanremo, che consolidano ulteriormente la sua immagine di eccellenza italiana. Attenta alle nuove esigenze dei consumatori e ai cambiamenti delle abitudini alimentari, l’azienda ha sviluppato una divisione Ricerca e Sviluppo dedicata all’innovazione nel settore del “frozen food”, offrendo soluzioni pratiche senza rinunciare alla qualità e al gusto della tradizione.
Dopo oltre vent’anni di attività, Sapori di Napoli continua il suo percorso con la stessa passione che l’ha resa un punto di riferimento nel panorama gastronomico italiano. Come afferma “il re dei fritti”: “Continueremo a garantire a tutti i clienti attimi di felicità per il palato, in ogni momento della giornata con un pasto veloce, una cena in compagnia, un aperitivo o una occasione speciale. ”
Emiliano Cipicchia è uno chef che ha costruito la propria identità culinaria intrecciando radici profonde, spirito creativo e un legame indissolubile con la sua terra. Nato e cresciuto all’interno del ristorante di famiglia Le Macine, ha respirato fin da bambino l’atmosfera della ristorazione, passando con naturalezza dal ruolo di cameriere a quello di pizzaiolo, fino a riconoscere nella cucina il suo linguaggio più autentico. Pur avendo conseguito una laurea in Economia e l’abilitazione alla professione di Dottore Commercialista, non ha mai abbandonato la sua vera passione, scegliendo più volte il grembiule alla giacca e cravatta e trasformando quella che per molti è una professione complessa in un mestiere vissuto con la leggerezza e l’entusiasmo di un hobby coltivato da sempre.
La cucina di Emiliano nasce da un patrimonio tradizionale solido, fatto di materie prime locali e ricette che raccontano Sicilia ed Eolie, ma trova la sua forza nella capacità di reinterpretare tutto questo attraverso tecniche moderne e accostamenti inediti. Il suo stile è un equilibrio armonico tra memoria e innovazione: parte dalla tradizione, la rispetta profondamente, e da lì la trasforma con creatività e sensibilità contemporanea. Capperi, agrumi, erbe aromatiche, malvasia e tutti i tesori generosi della sua terra entrano nei suoi piatti con naturalezza, diventando protagonisti di preparazioni che non rinnegano mai le origini ma sanno parlare al presente.
Pur non volendo scegliere un vero e proprio cavallo di battaglia, Emiliano ammette una predilezione per i primi piatti, dove può esprimere con più libertà la sua capacità di bilanciare consistenze, profumi e sapori. Ogni piatto, però, viene trattato come un unicum: nasce dall’amore, dalla cura dei dettagli, dall’attenzione estrema verso gli abbinamenti. A guidarlo è una miscela di passione, curiosità e desiderio continuo di migliorarsi, ingredienti che considera fondamentali per qualsiasi professionista del settore gastronomico.
Questo approccio si ritrova interamente nell’esperienza offerta oggi al ristorante di famiglia, situato a Pianoconte, nella parte alta di Lipari, in una villa immersa nel verde e custodita dal fascino del passato. Qui, tra un piccolo museo di arte contadina e una suggestiva macina del ’700 che accoglie gli ospiti, la famiglia Cipicchia ha creato un luogo che celebra la vera circolarità del cibo: dal campo al piatto. I prodotti dell’azienda agricola biologica del padre Giovanni, coltivati con metodo naturale e secondo una filosofia di autenticità, arrivano direttamente nelle mani di Emiliano, che li trasforma con rispetto e garbo in piatti dal sapore genuino e contemporaneo.
A completare l’esperienza, i menu pensati dallo chef, due o tre portate, accompagnate da un calice di vino e da una dolce chiusura a base di biscotti e malvasia, raccontano un territorio ricco, una famiglia unita e una visione culinaria che guarda avanti senza mai dimenticare da dove proviene. Emiliano Cipicchia porta in tavola un percorso di vita, un’eredità e una vocazione allo stesso tempo: quella di trasformare la tradizione in emozione e la cucina in un racconto autentico, vivo e profondamente personale.
Gianni Cutuli è uno chef siciliano di grande esperienza, scelto da Plaza Premium per guidare la proposta gastronomica della lounge dell’aeroporto di Roma Fiumicino, dove ogni giorno unisce rigore professionale, organizzazione e passione per la cucina italiana. Nato e cresciuto in Sicilia, porta con sé il legame profondo con le materie prime della sua terra, tanto da essere stato recentemente nominato Ambasciatore per la Cucina di Acireale, un riconoscimento che conferma il valore del suo percorso e della sua identità culinaria.
Arrivato a Roma nel 2016 dopo oltre vent’anni come responsabile di cucina in Sicilia, dove si era specializzato in catering e grandi cerimonie, Gianni ha saputo innamorarsi della tradizione gastronomica laziale, studiandola e perfezionandola con grande rispetto. Ha approfondito preparazioni simbolo come la carbonara, la cacio e pepe, la coda alla vaccinara e le ricette a base di selvaggina, collaborando anche con realtà di prestigio come l’associazione DOC Italy, con la quale ha condiviso il riconoscimento di ambasciatore della cucina tipica siciliana conferito in Campidoglio.
All’interno della Plaza Premium Lounge, Gianni ricopre un ruolo centrale sia dal punto di vista operativo che manageriale. Si occupa dell’organizzazione della brigata di cucina, della pianificazione dei turni, della gestione degli ordini e del controllo rigoroso delle procedure HACCP, garantendo standard elevatissimi di sicurezza e qualità.
Partecipa inoltre alla definizione dei menu stagionali, che vengono aggiornati trimestralmente in collaborazione con l’executive chef Ankit Mangala e la general manager Analia Marinoff, con l’obiettivo di offrire agli ospiti piatti rappresentativi della tradizione italiana, capaci di coniugare gusto, comfort e riconoscibilità.
Tra le preparazioni più apprezzate dai viaggiatori spicca la sua Cacio e Pepe, piatto romano che Gianni interpreta con grande tecnica e sensibilità, usando esclusivamente formaggi stagionati per garantire intensità di sapore e maggiore digeribilità. Accanto ai piatti salati, cura interamente anche la parte legata alla pasticceria, preparando artigianalmente crostate, pasta frolla, meringhe, tiramisù, gelati e muffin direttamente all’interno della lounge, per offrire un’esperienza completa e autentica.
Non manca, nel suo lavoro quotidiano, il legame con la Sicilia, che emerge attraverso l’inserimento nel menu di piatti iconici come la Pasta alla Norma, omaggio alla tradizione catanese e alla cultura della sua terra d’origine. La cucina di Gianni Cutuli è oggi il punto d’incontro tra due mondi: la solarità e l’intensità della Sicilia e l’eleganza decisa della tradizione romana. Il suo stile si basa su disciplina, rispetto per la materia prima e cura dei dettagli, trasformando la pausa in lounge in un vero momento di esperienza gastronomica.
Scorre sangue marsicano nelle vene di Americo Finucci, chef di origini celanesi e titolare, insieme a Sara Dell’Elce, del Kikka Restaurant Wine & Cocktail Bar di Montesilvano. La sua cucina è un viaggio che unisce memoria e innovazione, tradizione e ricerca, valorizzando i prodotti d’eccellenza che raccontano un territorio e le sue radici.
Riconosciuto tra i Maestri del Gusto, Americo si distingue per conoscenza delle materie prime, per la scelta di prodotti d’eccellenza che raccontino e facciano assaporare un territorio, per una cucina sana che unisca tradizione e innovazione, per una continua ricerca e sperimentazione “creativa”, per una cultura profonda fatta di rispetto e tutela della natura e i suoi frutti, per prediligere produttori “vanto e tesoro dell’Italia”. Per lui, un piatto non è un quadro, ma deve sapere di storia e trasmettere emozioni autentiche. Al suo staff insegna un principio fondamentale: chi si siede a tavola accetta e si fida del cibo che gli viene offerto, e questo impone il dovere di ripagare tale fiducia con amore, rispetto e sapori che richiamino quelli di un tempo. Preservare le ricette originali significa custodire la tradizione, ma al tempo stesso renderla viva attraverso nuove interpretazioni creative.
Per Americo Finucci, l’Italia per anni ha recitato il ruolo di protagonista tra le cucine del mondo e deve tornare ad esserlo attraverso il messaggio che lasciamo ai nostri figli . L’amore per la nostra cucina si diffonde attraverso i sapori, gli odori e i gesti di una domenica in famiglia. Il nostro pesce, le nostre carni, i nostri ortaggi erano gli ingredienti principali con cui si con divano le domeniche in famiglia, a casa dei Nonni. Il suo ristorante, il Kikka Restaurant, gioca con il nome “Chicca”, che a Roma indica qualcosa di prezioso e speciale, trasformandolo in un concetto originale: Kolazione, Kucina, Kocktail. Qui i clienti possono assaporare piatti autentici della tradizione romana – dalla carbonara alla cacio e pepe – insieme ad aperitivi e cocktail raffinati, accompagnati da un’accurata selezione di vini.
L’ambiente elegante e accogliente, la passione dello staff e la filosofia culinaria di Americo Finucci rendono ogni esperienza nel ristorante Kikka un omaggio alla cultura gastronomica italiana, capace di rinnovarsi senza perdere mai il legame con le sue radici più profonde.
Kikka Lounge Bar: C.so Umberto I, 16, 65015 Montesilvano PE