Testimonial e presentatrice Camilla Nata

Camilla Nata, origini torinesi, inizia la s attività di giornalista pubblicando articoli sulla rivista mensile Eco mese e, dal 1997 al 1999, collaborando con le emittenti piemontesi Telealpi (Pianeta donna) e Quarta Rete Tv (Campane a festa, Estate ballerina, Agenzia spettacoli, La Terra e il sole). Nel 2000 inizia la sua collaborazione con Stream (Agrinews, Il villaggio dei mondiali). Passa quindi a Rai3 come inviata per il programma quotidiano Cominciamo bene estate. Nel gennaio 2003, è l’inviata speciale di Italia che vai, il magazine di RaiUno condotto da Paolo Brosio e Tessa Gelisio. Nel 2003 conduce su Rai2 Vivere in salute. Nel 2004 per Rai1 è inviata per La vita in diretta e dal 2005 per Festa Italiana

Premio “Doc Italy”sezione programmi e associazioni di promozione territoriale

Dott.ssa Camilla Nata – Conduttrice e Giornalista
Per l’allegria, la professionalità, la competenza e la capacità di catturare l’attenzione, “CONDURRE SENZA MAI TRACINARE”, divertire ed informare.
Per la sua conduzione fresca ma ricercata, moderna ma impegnata, per l’essersi specializzata nel settore Food, uno dei comparti che più’ contribuiscono a tenere alto il Nome dell’Italia nel Mondo.
Per riuscire a spiegare dalle più complicate regole dell’economia alle ricette di cucina con la stessa naturalezza
Per essere sempre positiva e sorridente, riuscendo a mettere a proprio agio l’intervistato o la platea.
Per le grandi doti di intrattenimento e comunicazione
A Camilla Nata si conferisce il Premio “Doc Italy”sezione programmi e associazioni di promozione territoriale

 

Anthony Peth Ambasciatore del Made in Italy conduce il Viaggio Attraverso le Eccellenze

Autore, regista, conduttore televisivo
Anthony, inizia la sua carriera all’età di 18 anni, dopo essersi trasferito dalla Sardegna a Roma per laurearsi e specializzarsi in Lettere indirizzo Spettacolo e successivamente una seconda laurea in Beni Culturali.
Comincia il suo percorso professionale dopo essere stato scelto da Maurizio Costanzo fra i conduttori fissi del programma “Voglia” (Mediaset).
Nel frattempo prosegue la sua formazione presso Cinecittà Campus, frequentando corsi di perfezionamento in conduzione televisiva, regia e scrittura televisiva.
Varie le esperienze teatrali: “Suore Scatenate” di Gegia, “Gli anni del boom” di Riccardo de Torrebruna, “Dannato da un insolito destino”, al musical “San Francesco” nel ruolo di Cristo.
Dopo di che un lungo percorso come aiuto regia per cinema e fiction, nei film: “Sexual Radar” di Luca Martera,”Il segreto di Candida” di Angelo Caruso, nella sitcom “Colpi di Sole” per Raidue e “Boris” per Fox e Rai.
Dopo aver scritto il format ‘WakaShow’, programma demenziale composto da 15 comici e da un reality ‘l’Isola dei formosi’, dalla rete sky le viene proposto di condurlo e con grande sorpresa il format ha avuto un ricco successo di share portando la messa in onda da 3 a 15 puntate concludendo la puntata con la vittoria del primo minorenne in un reality.
In seguito la conduzione di nuovi programmi interattivi per ragazzi e adulti, dal programma “Crazy” sul boom tecnologico dei video web e la grande ondata di videoclip amatoriali di giovani talenti comicial format “Tg a chi?”, tg satirico con servizi di denuncia e reportage sulla politica e il gossip dell’Italia, in onda per l’ intera stagione annuale su Sky e replica sul canale della capitale Teleroma.
Per tre anni regista per Sky della rubrica 3,2,1 ciak, rubrica di cinema che segue tutti i festival di cinema in Italia e all’estero.
Anthony oltre a lavorare per la tv è regista di due importanti manifestazioni cinematografiche e benefiche, “Sorridendo Film Festival” in collaborazione con Rai Cinema presso Cinecittà studios, “Galà dell’arte per la Ricerca” in collaborazione col Ministero della Salute presso il Teatro Brancaccio.
Di recente ha condotto i format “Quelli che..Gli opinionisti”, programma di satira politica in chiave comica, ideato da Gegia e Franco Bonafiglia per Gold TV e Sky in diretta ogni Domenica.
Your Way Management di Emanuela Corsello
Via Nomentana, 175 – 00161 Roma – p.iva: 09878101006 – C.F.CRSMNL74E46H501Q E-mail: yourwaymanagement@gmail.com – info@yourwaymanagement.com tel. 06-4403659 – Cell. 3331858886 www.yourwaymanagement.com
Debutta alla regia con la fiction “Obiettivo salvezza”, scritta da Simone Terranova protagonista insieme a Ninni Bruschetta, Fioretta Mari, Matteo Branciamore, Andrea Roncato, Roberto Ciufoli, Isabelle Adriani, Fabrizio Bracconeri, Alessio Di Clemente, Ciro Esposito, Josafat Vagni, Billo Thiam, Claudia Galanti, e tanti altri.
Attualmente conduce “Ricominciamo da noi” ogni Domenica sera in onda su GoldTv. Testimonial della Campagna nazionale della Sicurezza Italiana 2014.
Testimonial del Made in Italy nel Mondo per la Comunità Europea.
Special Guest italiana del nuovo videoclip “Gol” di Osmani Garcia feat Pitbull.
Dal 7 Novembre ogni venerdì dall 14 alle 17 su Trs FM102.3 e su Sky al timone del programma radiofonico “Attenti a quei due” con un personaggio dello spettacolo ospite ogni settimana.
In fase di scrittura per due nuovi format per il palinsesto invernale Sky.
Premi conferiti nel 2013/14:
Vincitore del David di Michelangelo 2012/13, per la categoria Spettacolo e Tv. Vincitore del premio Eccellenza al Talento Artistico Emergente al Galà dell’arte. Vincitore del premio DocItaly della Regione Lazio come “Giovane Promessa” Vincitore del Premio “Domenico Aliquò” 2013 come professionista nello Spettacolo. Vincitore del David di Michelangelo sul Sociale 2013/14.
Vincitore del premio “Rivelazione Televisiva Emergente 2014” al Galà dei Cittadini del Comune di Roma. Onorificenza come “Ambasciatore Televisivo dello Spettacolo per la Sicurezza Italiana”
Premio Speciale Medusa d’oro 2014
Vincitore per lo Spettacolo 2014 al Napoli Cultural Classic
Premio Speciale per lo Spettacolo al Nettuno Photo Festival
Vincitore del Premio in onore a Massimo Troisi come Nastro televisivo nascente 2014 al Pompei Cinema Festival

 

Madrina Doc Italy Fioretta Mari

Nasce da padre fiorentino e madre siciliana. La sua carriera di attrice inizia prestissimo, dimostrandosi subito una bambina prodigio, collaborando con grandi attori teatrali e cinematografici quali Turi Ferro, Oreste Lionello, Vittorio Gassmann, Jean Louis Barrault, Madeleine Renaud, Leo Gullotta, Massimo Troisi, Aldo Giuffré, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Pino Caruso e Mario Scaccia. Oltre che per i suoi spettacoli teatrali (più di 150, nelle più importanti città del mondo, da New York a Londra, da Parigi a Mosca, passando per Berlino, Rio de Janeiro, Budapest e Montevideo), ha acquisito molta fama, soprattutto fra i giovani, grazie al programma tv Amici di Maria De Filippi, in onda su Canale 5, in

cui ha svolto il ruolo di insegnante di dizione e recitazione.
Il 24 luglio 2010 è stata premiata ad Alghero con il “Grand Prix Corallo Città di Alghero” per la sua attività di attrice.[1] Nel settembre 2010 diventa direttrice artistica della ArtAcademy Carrara (Accademia Nazionale dei Mestieri dello Spettacolo), una nuova “talent academy” che si prefigge l’obiettivo di formare nuovi talenti; nello specifico Fioretta Mari si occupa di insegnare dizione e recitazione. Dal 2009 insegna presso lo Strasberg Institute di New York city, dove ha portato il metodo d’insegnamento della Commedia dell’arte, lasciando entusiasti gli allievi che, a parere della co-direttrice insieme ad Anna Strasberg, Victoria Krane “non si erano mai mostrati così attenti ed entusiasti nei confronti di un docente”.
Dal 2015 è la direttrice artistica del festival per attori ACT Italy che, dopo varie tappe in tutta Italia, si è concluso, con grande successo, il 2, 3 e 4 luglio 2015 con la “tre giorni” al Teatro Parioli di Roma.
Fioretta Mari con Carlo Ludovici e Lucio Rama nel 1973
Regista[modifica | modifica wikitesto]
Fateci un applauso
Saggio su Garcia Lorca
Voce dal sen fuggita
Teatro[modifica | modifica wikitesto]
Anatra all’arancia
L’avaro
La figlia di Jorio
Tovarich
Il malato immaginario
Parole d’amore parole
La città del mondo
Pasquino
Menopause
Filmografia[modifica | modifica wikitesto]
Cinema[modifica | modifica wikitesto]
Il lumacone (1974)
La prima notte di nozze (1976)
Bello di mamma (1980)
Il fratello minore (2000)
Vuoti a perdere (1999)
Stregati dalla luna (2001)
Sexum Superando – Isabella Morra (2005)
Alice (2010)
Sharm el Sheikh – Un’estate indimenticabile (2010)
A Sud di New York (2010)
Ballando il silenzio (2015)
Televisione
Luna Park (1979)
Stiamo bene insieme – serie TV (2002)
Amici di Maria De Filippi (2002)
Ricomincio da me – miniserie TV (2005)
Camera Cafè (4ª stagione) (episodio “Il tema di italiano”) (2008)
Fratelli detective – serie TV (2011)
Discografia
33 giri
1979 – Io sono fatta così (Cinevox, CAB 2007)

 

Art For Food by Roberto Fallani

 

Progetto “Doc Italy- Viaggio Attraverso l’Eccellenza” nato da un’idea di Tiziana Sirna grazie al sodalizio con due artisti di fama Mondiale, la scultrice e orafa Paola Crema e il designer, scultore e orafo Roberto Fallani e alla collaborazione di 2 importanti studi di grafica e servizi per il Web, Gianni Rossi Graphic.
Per la prima volta l’arte scende in campo con un contributo tangibile al comparto Italiano più’ importante e di tendenza, il “Made in Italy”, comparto però quello dell’agroalimentare ostacolato da leggi e burocrazia invece che esser supportato e promosso dallo Stato e da chi lo rappresenta.
Un’altro modo di vedere la comunicazione e l’immagine del Food&Beverage, ogni prodotto d’Eccellenza “OPERA D’ARTE” della ns Italia, avrà come etichette una creazione dei due straordinari artisti.
“Art for Food” a cura di Roberto Fallani.

Il ferro e luce Artista del “limite”, Roberto Fallani. Limite nel senso d’ esuberanza creativa e poliedricità, di discipline che interagiscono fino a rifiutare qualsiasi codice esegetico; ma anche limite della visione in sè, resa estrema dagli innumerevoli innesti culturali, stilistici e mnemonici. La risposta di Fallani al verbo postmoderno sta in questa esasperazione del gusto inteso come “summa” della sua esperienza di artista rabdomante, là dove tutto appare in uno stato di mutazione e di ibrido. Di qui certe insinuazioni avveneristiche della forma che richiamano una sorta d’ archeologia decorativa, di fantastica rivisitazione del moderno degna di “Metropolis” e di Flash Gordon. Il ferro, simbolo dell’era proto-industriale ottocentesca, diventa così per Fallani materiale e insieme metafora di una contemporaneità che “avanza” incontro al passato per ritrovarvi la sua legittimazione estetica; così come il bullone e l’ingranaggio dichiarano la loro falsa vocazione costruttiva e meccanica facendosi elementi plastici assoluti, quasi in una parodia di tutti i funzionalismi possibili. Totems tecnologici, queste “sculture illuminanti” rilanciano in definitiva il primato della bellezza sull’oggetto d’uso, proprio nel momento in cui trasgrediscono il sillogismodel “bello in quanto utile”. Sono macchine di luce, segnali che non possono indicare altro se non l’enigma della forma che, alle soglie del terzo millennio, si è liberata della storia e dei suoi dogmi. Giuliano Serafini. Designer, architetto, scultore e orafo, Roberto Fallani vive ed opera a Firenze.

Art for Wine by Paola Crema

Progetto Doc Italy nato nel 2014  per l’Asta di Beneficenza dei Reali d’Inghilterra.
L’Arte incontra il Vino,  la scultrice internazionale Paola Crema “ETICHETTA” l’Eccellenza “Casato Unico”

Maestro Gianni Molaro

Gianni Molaro, nel 1990, poco più che ventenne apre il suo primo atelier a San Giuseppe Vesuviano. Tra il 1993 e il 1998, i suoi tre straordinari eventi da Guinness, fanno salire la fama dello stilista alla ribalta mediatica internazionale, con: il velo da sposa più lungo del mondo di 326,70 metri, l’abito da sposa più largo del mondo di oltre 13metri di diametro e l’abito da sposa più prezioso al mondo di un valore commerciale di 10 miliardi di Lire, tempestato con 7000 diamanti. Nel 1999 Santo Versace, allora Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana lo sceglie come giovane stilista da introdurre nel calendario dell’Alta Moda romana, inizia così la sua avventura nell’Haute Couture Capitolina.

Nel 2004 Gianni Molaro corona il suo sogno adolescenziale facendo scendere le sue creazioni dalla meravigliosa scalinata di Trinità dei Monti in Piazza di Spagna a Roma, per “Donna sotto le stelle”. A Palazzo Venezia in Roma, presenta una sua collezione completamente dipinta a mano, la sartoria diviene fondamenta essenziale di nevrotiche sculture di tessuto che vitalizzano il corpo senza mai vestirlo. L’abito perde la sua funzione ancestrale di copertura, protezione, dimentica il suo ruolo di narciso vanitoso e diviene mezzo per scandagliare le oscurità dell’anima, per delineare i lineamenti ed i sussulti dell’inconscio.
Nel 2008 viene inviato ad inaugurare la Biennale di Arte e Moda dell’Università di Jinam in Cina dove, alla presenza di personalità politiche dell’arte e della moda, riceve il prestigioso Award dell’Università. Le sue creazioni sono poi esposte per tutto il periodo della biennale all’Art Museum di Jinan- China. Più volte le sue creazioni hanno calcato il prestigioso palco di Sanremo e nel 2010 veste la regina della canzone italiana Nilla Pizzi per il premio alla carriera, con un abito incantevole ornato di colombe bianche e rosse.A giugno 2012 inaugura il meraviglioso atelier romano di Piazza di Spagna e per l’occasione copre la grande scalinata con 3000 metri di tulle bianco. Nei suoi atelier è rigorosamente circondato da una brigata di sarte, ricamatrici, modelliste , che lavorano per una vasta ed esigente clientela, ma soprattutto insieme a lui non hanno mai smesso di sperimentare nuove linee e vestibilità.
Gianni Molaro è considerato dalla stampa di moda lo stilista più creativo per gli abiti da sposa. La rivista di moda Rendez Vous nel 2013 lo ha definito il profeta dell’Art Couture. Egli è alla continua ricerca di ricami, forme e scollature, che rendono la sposa preziosa e raffinata ,romantica e femminile, sensuale e solare.

Coralli di Torre del Greco

Il fatto che la storia di Torre del Greco sia legata all’amore per il corallo è cosa nota, ma forse non tutti sanno che fu una storia d’amore ad influenzarne il destino.

Il corallo, per la nostra città, ha rappresentato da sempre più di quanto si pensi. Il corallo per Torre è stato ricchezza, ma ancor prima sudore della fronte e mezzo per far fronte alla miseria.

I Torresi però, in origine, il corallo sapevano solo pescarlo, perciò quando un certo Paolo Bartolomeo Martin sbarcò nel nostro porto, fu una vera manna dal cielo.

L’intraprendente Paolo Bartolomeo Martin era partito da Marsiglia, con le sue origini genovesi, lasciandosi dietro un forte declino della lavorazione del corallo, causato dalla rivoluzione francese. Dotato di un’inquieta personalità e di innate abilità nell’incidere cammei, il Marsigliese, così chiamato dalla gente del porto, una volta arrivato nella città torrese, non ci mise molto a capirne il grosso potenziale commerciale. Alle sue capacità, i Torresi devono la nascita del primo laboratorio per la lavorazione dei cammei in corallo e su conchiglia.

Il Marsigliese, però, profondamente preso dalle sue mire imprenditoriali, non aveva calcolato un imprevisto: l’amore.

“Galeotto fu il rametto e chi lo pescò”, se così si può dire.

Fu in una giornata come le altre, mentre si trovava nel porto della nostra città a contrattare su una vendita di corallo, che lo sguardo del nostro Martin si posò sulla bellissima sorella di un pescatore. Ne rimase letteralmente incantato. Complici il sole, il luccichio del mare o, forse, la componente magica di quei rametti rossi e grezzi, per il Marsigliese non ci fu più scampo. E amore fu!

Paolo Bartolomeo Martin, allora, decise di stabilirsi definitivamente a Torre del Greco e, nel 1805 chiese al Governo Borbonico il permesso per avviare la lavorazione del corallo nella nostra città.

Ecco come una storia d’amore abbia influenzato il destino della nostra città che, da allora, ha potuto trasformarsi da molo di pescatori a capitale mondiale degli artisti dell’oro rosso.

Montappone e “Il Cappellaio Pazzo”

“Iervicella” 

Un primato mondiale

Quanti di voi si sono chiesti dove comprerà mai i suoi eccentrici “copricapo” la regina Elisabetta?

Il suo segno di riconoscimento è “Made in Italy” come la gran parte dei cappelli più famosi al mondo; molti di voi penseranno, sicuramente al nord, in qualche mega grigia azienda con più’ di 300 dipendenti e l’ora di pausa tra sigarette,  cemento e “amianto”, e invece no!

La Capitale del Cappello è un piccolo centro dell’entroterra marchigiano, neppure 1.800 abitanti quasi cento produttori di cappelli tra cui 45 aziende e più’ di 50 meravigliosi artigiani.

Per capire di più’ di questo “bizzarro fenomeno economico” mi rivolgo al Presidente del consorzio Capeldoc Marche, che mi racconta una storia da cui avrebbe potuto prendere spunto Salvatores per uno dei suoi film; in un marchigiano italianizzato mi fa vivere, step by step, “la favola di un successo”; esordisce con la battuta <<ero povero”, il mio babbo coltivava una striscetta di terreno in cui “c’era di tutto” incluso il grano, si tagliava con la falce e raccoglievamo anche la “iervcella” in dialetto, una sorta di paglia, che lavoravamo dal vespro a notte fonda intrecciando cappelli>> anche lui ne intrecciava come tutta la sua famiglia e la mattina dopo partiva col papà verso Senigallia per vendere il risultato del loro duro lavoro

Prima a piedi, poi in bicicletta, spiga dopo spiga, porta dopo porta,  intreccio dopo intreccio si comprò la sua “mitica Vespa” dando una grande “spinta” al suo business e dalla Fiat 500 in poi un crescendo di successi, prima 2 operai , poi tre, poi 4 fino ad avere un impero che esporta cappelli in tutto il mondo…

Ha scritto anche un libricino con la sua storia, gli chiedo perché non lo mette su internet, mi risponde <<cosa?Gliene regalerò uno a lei, lo do solo agli amici e ai clienti che vengono in azienda>> si è quasi risentito, alla mia domanda ha risposto perplesso; il bello di quest’angolo di Marche in cui il passato e il futuro si fondono è la genuinità delle persone, la semplicità di imprenditori che mi parlano delle regole più’ all’avanguardia dell’economia internazionale, che formano un consorzio per essere competitivi nelle esportazioni, che riescono e portare all’estero dal 50 all’ 80% della loro produzione e si scandalizzano se gli si chiede di pubblicare la loro storia sul web, perchè qui alla base ci sono i rapporti umani, convivono con il primato dei cappelli dalla fine del’ ottocento.

Mi viene in mente Forrest  Gump, che conobbe Elvis Presley, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, John Lennon, George Wallace e Richard Nixon, vinse i mondiali di Ping Pong, fu una stella del football  non avendo neppure lontanamente idea di quanto quello che gli accadeva fosse eccezionale; in egual modo a Montappone quello  che a me sembra incredibile è del tutto normale; che qui’ si rifornisca la disney, warner bros, nike, i sovrani o i più famosi personaggi del jet set mondiale non stupisce nessuno, è la loro normalità, la quotidianità che vivono da sempre, ma che una storia fatta di emozioni, di vita, di fatica e di sacrifici venga “utilizzata” nel web quasi scandalizza.

Rapita dal suo racconto mi ero dimenticata la natura del mio articolo, la prima domanda che mi viene in mente, ma che quasi temo fare per non distruggere l’atmosfera surreale che “questa favola moderna” mi ha regalato, è sulla crisi e come loro la stiano vivendo, Serafino con una grande dignità e rigore, cambiando tono e lasciando da parte il dialetto che aveva reso ancora più’ piacevole la nostra amichevole chiacchierata, mi risponde che “si sente e tanto, che però loro amano il loro lavoro, vivono per quello, si sono consorziati proprio per essere pronti ad affrontare qualsiasi problema o sventura anche se quella che sta vivendo l’Italia è una catastrofe”.

Sono pronti a tutto gli imprenditori e gli artigiani di “questa straordinaria” terra pur di tutelare il loro lavoro e gli amati dipendenti “di questa grande famiglia con tanto di cappello”, puntano sull’estero , << perché all’estero pagano>> in Italia arrivano ad avere l’80%& dei crediti non onorati, produrre per vendere in Italia per loro vorrebbe forse dire “morire” e il loro ingegno, il loro saper vivere li porta a cercare ogni soluzione per ottimizzare le esportazioni e rendere sempre più’ noto, visibile e appetibile il loro distretto, hanno fatto nascere così:

la festa del “Cappello Pazzo” (3 giorni di eventi e proposte che attirano una moltitudine di stranieri) e  il “Museo del cappello (custodisce materiali e manufatti relativi alla produzione del cappello)

Che primato per un piccolo paese nascosto tra i Monti Sibillini e il Conero, che con Falerone, Massa Fermana e Monte Vidon Corrado ci fa scoprire una nuova geografia produttiva, la più cliccata “google map delle materie prime”, questa  favola moderna  ci fa rivivere atmosfere di un passato orma quasi dimenticato fatto di antichissime macchine per cucire manovrate da nonnine canute con la stessa immediatezza con nanno la pasta di casa.

Un’overdose di cappelli e cappellifici con un sindaco cappellaio e bocconiano, Giuseppe Mochi, un parroco che saluta e omaggia sorridente mostrando il suo fedele cappello di feltro nero, il medico che fa visita con la coppola e una mostra permanente che prendendo spunto da  Lewis Carroll consacrata al “cappellaio pazzo”.

Un insolito viaggio attraverso cappelli indossati da personaggi internazionali lontanissimi, nel Ns immaginario, da una scenografia tanto agreste e vicinissimi alle grandi metropoli, da Johnny Depp, Daniel Day Lewis, dalla regina Elisabetta a Blake Lively  da Mena Suvari a Naomi Watts, da Cameron Diaz a Brigitte Bardot da Richard Burton a Brad Pitt..per arrivare ai nostri mostri sacri

Federico Fellini, Vittorio Gassman, Massimo Troisi, Silvana Mangano, Alberto Sordi,  e tanti, tanti altri

Anche il noto New York Times racconta “Montappone e i suoi cappelli”.

<<L’importante distretto, punto di riferimento internazionale della produzione di cappelli e sede del celebre evento “Il Cappello di Paglia”, è stato oggetto di una lunga recensione a firma dell’inviato Christopher Petkanas, nell’edizione domenicale (25 marzo 2007) del prestigioso quotidiano.

“Se siete proprio interessati ai copricapo, Montappone dovrebbe allora trovarsi nel vostro elenco!”
“I cappelli – prosegue l’inviato del NYT – sono la grande norma della moda, un antidoto rassicurante alle ridicolaggini volgari delle stelline smutandate ed un eco attutito di un tempo in cui le signore erano Signore>>

Cilindrio, bombetta, basco, berretta, boogie hat, borsellino,cappello da baseball,  cappello da cowboy, cappello di paglia,cappello frigio, colbacco, chullo, cloche, coppola, panama, kippah,paglietta, papalina,pileo, por pie, trilby, tuba, zucchetto.. i cappelli erano, sono e saranno ispirazione per artisti, registi, stilisti e tutta l'”Italia” del fare”,  nel loro significato  intrinseco che va al di là del semplice accessorio.

Parlando con Serafino Tirabassi mi è venuta una gran voglia di passare una settimana a Montappone e non solo per capirne di più’ di cappelli.

Cosa dire a questa realtà “di casa nostra” che tiene alto il nome dell’Italia, culla europea della produzione di cappelli, che produce il 70% del prodotto destinato al mercato nazionale, che esporta i propri manufatti in molti paesi, Francia, Germania,  Giappone, Stati Uniti d’America, Russia, che da occupazione a circa 1500 addetti con un fatturato annuo che si aggira sui 170 milioni di euro…

” Chapeaux!”

 Tiziana Sirna
Le informazioni sono state fornite dal Presidente del Consorzio Cappeldoc dott. Serafino Tirabassi
www.cappeldoc.com

Campane Del Molise

 


Produzione di Campane

L’arte di forgiare il bronzo è molto antica nella zona di Agnone, come testimoniato dalla Tavola Osca e dal materiale archeologico oggi riunito in collezioni civiche e private; nel corso dei secoli gli artigiani si specializzarono nella fabbricazione delle campane. Originariamente gli stabilimenti di produzione non esistevano, a causa della difficoltà di trasporto del prodotto e delle vie disagiate: erano perciò gli artigiani, con dei laboratori mobili, a spostarsi per costruire le campane sul posto. Tra le molte famiglie dedite a quest’arte, spiccano i Marinelli, che sono gli unici in Molise a produrre ancora campane. Fino alla II Guerra Mondiale esisteva una campana, fusa nell’anno 1000, fabbricata dalla famiglia. La Fonderia Marinelli, nel 1924, è stata fregiata del titolo ” Pontificia ” da Papa Pio XI. Agnone può oggi vantare una forte penetrazione commerciale in Italia e nel mondo: la Pontificia Fonderia Marinelli ha fabbricato campane per le più svariate occasioni, sia religiose che mondane; da ricordare, le Campane del sorriso, dedicate a Papa Luciani, la Campana per il centenario di Lourdes, o le campane ricordo per famose trasmissioni televisive. Oggi si usano le stesse tecniche dei maestri del Medioevo e del Rinascimento che richiedono un lavoro attento e paziente. L’arte delle campane, infatti, non è semplice: spessore, peso, circonferenza, altezza sono i fattori determinanti per la buona riuscita delle campane e per la loro “voce”. Si riportano alcune note sulle diverse fasi della fabbricazione di una campana: 
1) Innanzitutto si costruisce, con la guida di una sagoma di legno, una struttura in mattoni che corrisponde esattamente all’interno della campana “anima”, di forma tronco-conica. 
2) Sull’anima si sovrappongono strati di argilla fino a formare lo spessore voluto. L’argilla usata è di una qualità speciale, in quanto deve resistere all’azione erosiva del metallo liquido durante la colata. Sulla superficie levigata ottenuta con la sagoma, si applicano in cera tutti i fregi, le iscrizioni, gli stemmi e le figure che decoreranno la ” falsa campana”. 3) L’ultima fase di formatura consiste nel preparare il ” mantello”, che si ottiene sovrapponendo strati successivi di argilla. Questa viene applicata a pennello in strati sottili e uniformi, lasciando essiccare tra un’applicazione e l’altra.
4) La fossa, dove vengono calate le forme, viene completamente riempita di terra, in modo da evitare lo spostamento del mantello causato dalla spinta della colata metallica. Si procede così alla realizzazione della campana colando il bronzo ( 78 parti di rame e 22 di stagno), a 1150° C nello spazio libero tra mantello e anima. Il ciclo di lavorazione di una campana varia da trenta a novanta giorni. La fase di formatura è la più delicata al fine della riuscita delle campane; la variazione del timbro, e la possibilità di dotarle di una nota fissa così da poter formare dei concerti sono dovuti a speciali accorgimenti.
5) Dopo il raffreddamento, la campana grezza viene liberata del mantello e dell’anima e delle sbavature della colata, infine viene lucidata con spazzole e bulini. Si collauda il suono rilevandone la tonalità con apparecchi adatti e l’intervento di maestri di musica. 
Sempre ad Agnone è possibile visitare il museo internazionale storico della campana.

Link di interesse:

Marinelli, Pontificia Fonderia di Campane
www.campanemarinelli.com

Una storia lunga oltre 1000 anni quella della Fonderia Marinelli che ha visto alternarsi momenti di difficoltà a momenti conditi da tante soddisfazioni. Su tutte forse l’esperienza più significativa risale al 1924, anno in cui Papa Pio XI concesse alla famiglia Marinelli il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio e la storica visita del 19 marzo 1995 di San Giovanni Paolo II. Campane Marinelli è situata ad Agnone, comune italiano di circa 5.200 abitanti in provincia di Isernia in Molise. Antica città sannita, è sede di quello che si presume sia il più antico stabilimento al mondo per la fabbricazione delle campane.

Nino Lettieri Haute Couture

  • Nino Lettieri
    Ha cominciato, dopo aver conseguito gli studi artistici nella città di Napoli e collaborato sin da piccolo con la madre nell’atelier di famiglia,
    come stagista nel 1983 a Milano presso l’ufficio stile della Maison di Gianfranco Ferrè.
    A seguito di molte consulenze stilistiche per svariati brands di pret-a-porter italiani, dagli accessori ai gioielli, dalle pellicce agli abiti da sera, si trasferisce a Firenze nel 1987 dove inizia un percorso di collaborazioni anche per l’abbigliamento maschile, presente durante la fashion week di Pitti uomo e Pitti bimbo con 7 collezioni all’anno.
    Agli inizi degli anni novanta, grazie ad una produzione italo americana, Nino Lettieri accetta una collaborazione stilistica con gli Stati Uniti dove insieme ad artisti e stilisti di tutto il mondo diventa direttore artististico per concorsi per giovani talenti nel campo della moda e dell’arte.
    Dopo alcuni anni decide, per desiderio della sua prima maestra ( la madre), di ritornare a Pompei dove apre un proprio atelier di alta sartoria e abiti da sposa e nel 2009, per volere del maestro couturieur Lorenzo Riva, entra a far parte del calendario ufficiale di ALTAROMA ALTAMODA. E’ stato subito successo e viene consacrato dai media l’enfant prodige dell’altamoda Italiana, con due sfilate all’anno a Roma e richiesto con le sue collezioni in diverse città internazionali per eventi di moda e galà di beneficenza.
    La sua alta moda , attenta e continua ricerca di linee, tecniche, volumi e ricami , viene prodotta interamente a Pompei, quindi Made IN iTALY 100%,
    Ed è per questo che i suoi abiti sono richiesti ed apprezzati da molte donne dello star sistem , principesse arabe e dive del cinema internazionali.
    Per Nino Lettieri una vera ispirazione non c’è mai all’inizio, crea d’impulso lasciando andare il proprio estro a qualsiasi forma d’arte senza esclusione alcuna, basta un particolare o ancora un’immagine distratta per dare il via a qualcosa che si trasforma in un abito.Sceglie sempre esperienze che possano dargli emozioni per continuare a realizzare ciò che ha scelto sin dall’età adolescienziale.
    Da una sua intervista: Non credo che spetti a me definire il mio stile, ma spero di regalare emozioni che molti grandi couturieurs hanno fatto nel passato senza mai eccedere ne offendere quello che stimo più di tutto: la donna. ,

 

 

 

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Nayra Laise – “Solo Made in Italy”

Nayra Laise è un marchio “Made in Italy” che si fonda esclusivamente sull’eccellenza della creatività e artigianalità sartoriale italiana.
Le creazioni Nayra Laise riflettono la visione di una donna molto romantica. Una donna che manifesta la sua sobria eleganza, non solo nell’ambito degli eventi sociali, ma anche nella sua normale quotidianità.
Per dare corpo a questa figura femminile atemporale, le creazioni Nayra Laise eliminano i volumi eccentrici e si ispirano alle geometrie dell’arte classica, la linearità delle quali, associata all’uso di tessuti ed altri materiali pregiati, tassativamente “Made in Italy”, favorisce l’esaltazione dell’innata eleganza della silhouette femminile.

Nayra Laise is a “Made in Italy” brand exclusively based on the excellence of the italian tailoring craftsmanship and creativity.
The Nayra Laise creations reflect the vision of a very romantic woman. A woman who manifests her understated elegance, not only in social events, but also in her daily life.
To give substance to this timeless female figure Nayra Laise creations eliminate the eccentric volumes and take inpiration from the classical art geometry, the linearity of which, associated with the use of strictly “Made in Italy” fabrics and other materials, favor the exaltation of the innate elegance of the female silhouette.

Carlo Alberto Terranova Haute Couture

Biografia

Ha frequentato studi economici.

In seguito si è iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio di Catania.

Ha frequentato corsi di “Full Immersion”a Cambridge acquisendo riconoscimenti.
Inoltre ha frequentato corsi di lingua francese a Parigi

Nel 1988 comincia la collaborazione con il Maestro Fausto Sarli.

Appassionato di musica il Maestro Sarli, gli affida inizialmente l’incarico di coordinare gli effetti sonori delle presentazioni di collezioni di Alta Moda.

Nel 1998 si consolida il rapporto tale da acquisire l’incarico di rappresentare la Maison Sarli con i mass media.

Nel 1998 inoltre, a seguito dell’inaugurazione dell’atelier di Milano, in Via Montenapoleone, cura in prima persona il difficile compito di seguire i rapporti tra la Fondazione Giorgio Cini di Venezia e la Maison per il restauro degli abiti che furono di Eleonora Duse.

Nel 2001 coordina un importante sfilata al Cairo su invito della first Lady Egiziana M.me Suzan Mubarak.

Nel 2002 coordina a Napoli la mostra “Fausto Sarli 50 anni di stile italiano” a Castel Dell’Ovo e anche a Roma la su indicata mostra con la sfilata seguente in Piazza del Campidoglio.

Nel 2004 riceve “L’Ago D’Oro” per la Comunicazione a Palazzo Ferraioli

Nel 2007 in occasione della Collezione Sarli P/E 2007 organizza a Palazzo Incontro, Roma, la Mostra dedicata al Maestro Sarli

Nel 2011 riceve il Premio “Divina Giulia” alla carriera della Maison Sarli  e durante l’ultima edizione di Look of the Year ritira il premio alla Memoria del Maestro Sarli

Nel 2012 riceve “L’Ago D’Oro” per la continuità della Maison Sarli

Nel 2012 in occasione della 62esima edizione del Festival di Sanremo veste la madrina del Festival, la modella Ivana Mrazova

Nel 2012 in occasione dei BAFTA e dell’ 84esima Notte degli Oscar veste la Scenografa e Costumista Francesca Lo Schiavo vincitrice di entrambi i premi

2012 Ivana Mrazova, co-presentatrice della 62° edizione del Festival di Sanremo, indossa per la serata finale 3 abiti esclusivi creati appositamente per l’evento televisivo

Luglio 2012 – Sfilata al Ponte della Musica. La collezione Sarli Couture A/I 2012 -2013 viene presentata durante Alta Roma, con un vero e proprio evento sulla moderna architettura del Ponte della Musica che diventa suggetiva location della sfilata

2012 Los Angeles – 40th America Music Award:  Carrie Underwood,  country star USA,  ritira il prestigioso premio musicale indossando un abito Sarli

Gennaio 2013: Riceve il premio internazionale “Roma nel Cuore” presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio.

Aprile 2013: Roma Capitale, presenta,  presso i Musei Capitolini il volume dedicato al lavoro del Maestro: “Fausto Sarli –Geometriche Poesie – Electa Editore –
(dalla Dolce Vita ad oggi: un‘eredità d’eccellenza)

Maggio 2013: la famosissima popstar Shakira indossa un outfit a “The Voice” America

Giugno 2013: Riceve il “Premio Moda Città dei Sassi” presso la città di Matera

Luglio 2013: In occasione della presentazione della collezione Sarli Haute Couture “Temporary Arch”, da una sua idea, viene inaugurata un’installazione di abiti del Maestro dagli anni 70 ad oggi presso lo spazio MACRO Pelanda di Testaccio – Roma

Ottobre 2013: Riceve il Premio Bellini, presso il Teatro Bellini di Catania

Ottobre 2013: Riceve il premio internazionale “Doc Italy” per aver sposato l’italianità per la promozione del Made in Italy

Ottobre 2013: il MACBA, Museo di Arte Contemporanea di Buenos Aires, ospita n. 10 capi della Maison ispirati alla collezione “Pop Art-Black&White” presentata a Roma in Piazza del Campidoglio, Luglio 2011

Novembre 2013:  Jessie J , la cantante più amata del panorama musicale inglese, a Londra, per il concerto annuale at Royal Variety Performance 2013 ha indossato un completo Sarli Couture composto da un pantalone bianco a taglio alto e da un top ricamato a tatouage  (collezione  p/e 2011 – designer Carlo Alberto Terranova)

Novembre 2013: Nicole Scherzinger , “la principessa del pop”  in giuria nell’ultima puntata di   THE X FACTOR UK 2013, ha indossato un abito  lungo in organza Sarli Couture, totalmente ispirato al look di sfilata  (collezione p/e 2013 – designer Carlo Alberto Terranova)

Dicembre 2013: cura la mostra a Palazzo Braschi “Il talento che anima la materia. Dialogo tra opere senza tempo”, esponendo una selezione di abiti creati dal Maestro Fausto Sarli accanto a preziosi abiti delle collezioni del Museo di Roma

Giugno 2014: crea l’abito di scena per l’etoile Giuseppe Picone per il balletto Salome’ ultimo atto a Palazzo Braschi Museo di Roma.

Luglio 2014: nella fantastica cornice del cortile di Palazzo Braschi presenta la prima collezione di Alta Moda New Land by Carlo Alberto Terranova.
da FACEBOOKSARLI_ph.-SOCCIO_SORRENTINOnew-land-couture fausto-sarli-pizzo

Piennolo del Vesuvio – Campania

Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P.

Descrizione del prodotto

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” è uno dei prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. In realtà, in diversi territori della Campania, esistono raggruppamenti di ecotipi con bacche di piccola pezzatura, i cosiddetti “pomodorini”, che si distinguono tra loro per tipicità, rusticità e qualità organolettica. I più famosi da sempre sono però quelli tuttora diffusi sulle pendici del Vesuvio. Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” raggruppa vecchie cultivar e biotipi locali accomunati da caratteristiche morfologiche e qualitative più o meno simili, la cui selezione è stata curata nei decenni dagli stessi agricoltori. Le denominazioni di tali ecotipi sono quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, come “Fiaschella”, “Lampadina”, “Patanara”, “Principe Borghese” e “Re Umberto”, tradizionalmente coltivati da secoli nello stesso territorio di origine.

Le caratteristiche distintive, a livello tecnico-mercantile, del prodotto ammesso a tutela sono:
allo stato fresco: frutti di forma ovale o leggermente pruniforme con apice appuntito e frequente costolatura della parte peduncolare, buccia spessa di colore rosso vermiglio, pezzatura non superiore a 25 g, polpa di consistenza elevata e di colore rosso, sapore vivace intenso e dolce-acidulo;
conservato al piennolo: colore della buccia rosso scuro, polpa di buona consistenza di colore rosso, sapore intenso e vivace. I “piennoli” o “schiocche” presentano un peso, a fine conservazione, variabile tra 1 e 5 chilogrammi.

Agli effetti dell’azione di tutela si è riscontrato che l’aspetto peculiare di tipicità che accomuna i pomodorini vesuviani è l’antica pratica di conservazione “al piennolo”, cioè una caratteristica tecnica per legare fra di loro alcuni grappoli o “scocche” di pomodorini maturi, fino a formare un grande grappolo che viene poi sospeso in locali aerati, assicurando così l’ottimale conservazione del prezioso raccolto fino al termine dell’inverno. Nel corso dei mesi il pomodorino, pur perdendo il suo turgore, assume un sapore unico e delizioso, che soprattutto i napoletani apprezzano particolarmente per preparare sughi prelibati ed invitanti. E’ appunto il sistema di conservazione al “piennolo” che, favorendo una lenta maturazione, consente altresì una lunga conservazione, con la conseguente possibilità di consumare il prodotto “al naturale” fino alla primavera seguente.

Il Pomodorino del Vesuvio viene apprezzato sul mercato sia allo stato fresco, venduto appena raccolto sui mercati locali, che nella tipica forma conservata in appesa -“al piennolo”-, oppure anche come conserva in vetro, secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “a pacchetelle”, anch’essa contemplata nel disciplinare di produzione della DOP. Ordinariamente la raccolta viene effettuata recidendo i grappoli interi, quando su di essi sono presenti almeno il 70% di pomodorini rossi, mentre gli altri sono in fase di maturazione. Questa antica pratica consente di procrastinare il consumo delle bacche, integre e non trasformate, per tutto l’inverno successivo alla raccolta, fino a sette-otto mesi, utilizzando locali areati e senza il supporto delle moderne tecnologie di conservazione.

Le peculiarità del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” sono la elevata consistenza della buccia, la forza di attaccatura al peduncolo, l’alta concentrazione di zuccheri, acidi e altri solidi solubili che lo rendono un prodotto a lunga conservazione durante la quale nessuna delle sue qualità organolettiche subisce alterazioni. Tali peculiarità sono profondamente legate ai fattori pedoclimatici tipici dell’area geografica in cui il pomodorino è coltivato dove i suoli, di origine vulcanica, sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del complesso vulcanico Somma-Vesuvio.

In quest’ambiente di elezione, la qualità del pomodorino raggiunge punte di eccellenza. Proprio la ricchezza in acidi organici determina la vivacità o “acidulità” di gusto, che è il carattere distintivo del pomodorino del Vesuvio. Ciò, oltre a derivare da una peculiarità genetica, è indice di un metodo di coltivazione a basso impatto ambientale e con ridotto ricorso ad acque d’irrigazione, che rende tale coltura particolarmente adatta ad un’area protetta, quale quella del Parco Nazionale del Vesuvio.

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” per le sue qualità è un ingrediente fondamentale della cucina napoletana e campana in generale, ed ha una grande versatilità in cucina.

Accanto ai tradizionali spaghetti alle vongole e agli altri frutti di mare, gli chef locali si impegnano ad utilizzarlo in tanti altri piatti, tra cui una variante alla prelibata pizza napoletana.

Cenni storici

La coltivazione del Pomodorino del Piennolo sulle falde del Vesuvio ha senza dubbio radici antiche e ben documentate.

Per limitarci alle testimonianze storiche più illustri, notizie sul prodotto sono riportate dal Bruni, nel 1858, nel suo “Degli ortaggi e loro coltivazione presso la città di Napoli“, ove parla di pomodori a ciliegia, molto saporiti, che “si mantengono ottimi fino in primavera, purché legati in serti e sospesi alle soffitte”. Altra fonte letteraria attendibile è quella di Palmieri, che sull’Annuario della Reale Scuola Superiore d’Agricoltura in Portici (attuale Facoltà di Agraria), del 1885, parla della pratica nell’area vesuviana di conservare le bacche della varietà p’appennere in luoghi ombrati e ventilati.

Francesco De Rosa, altro professore della Scuola di Portici, su “Italia Orticola” del novembre 1902, precisava che la vecchia “cerasella” vesuviana era stata via via sostituita dal tipo “a fiaschetto”, più indicato per la conservazione al piennolo. Il De Rosa è anche il primo ricercatore che riporta in modo esaustivo l’intera tecnica di coltivazione dei pomodorini vesuviani, facendo intendere così che si stava sviluppando nell’area un’intera economia intorno a questo prodotto, dalla produzione delle piantine da seme alla vendita del prodotto conservato.

Anche il prof. Marzio Cozzolino, della Facoltà di Agraria di Portici, nel suo testo del 1916, concorda con le fonti precedenti, sia sulla descrizione varietale che sui metodi di produzione, dedicando intere parti del testo a descrivere minuziosamente la tecnica colturale e soprattutto fornendo dati, anche economici, che aiutano a capire la laboriosità e la complessità di questa tipologia di prodotto.

Area di produzione

L’area tipica di produzione e conservazione del pomodorino del piennolo coincide con l’intera estensione del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, includendo le sue pendici degradanti sino quasi al livello del mare.
In particolare, la zona di produzione e condizionamento prevista dal disciplinare del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” comprende:

  • l’intero territorio dei seguenti comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase,
  • la parte del territorio del comune di Nola delimitata perimetralmente: dalla strada provinciale Piazzola di Nola – Rione Trieste (per il tratto che va sotto il nome di “Costantinopoli”), dal “Lagno Rosario”, dal limite del comune di Ottaviano e dal limite del comune di Somma Vesuviana.

Dati economici e produttivi

La diffusione del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” nell’area vesuviana è piuttosto frammentata, per l’elevata parcellizzazione delle coltivazioni e per la distribuzione non uniforme lungo tutto il complesso montano del Somma-Vesuvio.

La superficie stimata è di circa 480 ettari (10% circa della Sau seminativi dell’area), con produzioni annuali di circa 4 mila tonnellate di prodotto fresco, e rese oscillanti fra i 60 e i 150 quintali per ettaro.
Il riconoscimento della DOP e il rinnovato interesse commerciale verso tale prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto tanto che tutte le produzioni, fresche e conservate, sono smaltite rapidamente e senza alcuna difficoltà soprattutto sul mercato locale, ma in alcuni casi anche presso la moderna distribuzione. L’offerta di pomodorini in conserva o in piennoli confezionati è ancora limitata. In ogni caso, anche senza un’adeguata politica di valorizzazione del prodotto, rimane alto il livello di qualità percepita dai consumatori e quindi elevata è la richiesta del prodotto stesso.

Ci si può attendere quindi un incremento delle coltivazioni e quindi delle produzioni, ma le difficili condizioni orografiche dell’area e le difficoltà strutturali delle aziende potrebbero ostacolare un pur auspicato sviluppo del comparto.

Al momento è difficile determinare un fatturato medio, stante il mercato molto diluito nel tempo (da luglio a maggio dell’anno successivo) che comporta un prezzo di vendita molto diverso del prodotto (da 1 ad oltre 5 euro al chilogrammo).

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Amarena di Trofarello – Piemonte

L’Amarena di Trofarello è prodotta nel comune omonimo ed a Moncalieri (Torino).

Nell’areale considerato sono presenti vecchie varietà; tra queste, la più diffusa è la Marisa, conosciuta anche come Amarena Barbero.
Essa è una cultivar di ciliegio acido con caratteri intermedi tra l’amarena e la ciliegia dolce, con picciolo lungo e frutto grosso; la buccia è resistente allo spacco e presenta un colore rosso scuro; la polpa è trasparente e di scarsa consistenza, ha un sapore dolce-acidulo con lieve retrogusto amarognolo.

Le Amarene di Trofarello sono frutti freschi botanicamente classificati come Prunus cerasus L. – ovvero ciliegio acido – a polpa acidula tenera e trasparente; in italiano sono chiamate amarene e, in piemontese, “griote”. Le varietà appartenenti alla specie Prunus cerasus L. si caratterizzano per le contenute dimensioni della pianta e la chioma espansa; i fiori compaiono prima delle foglie che sono rigide, larghe e appuntite. In particolare, le amarene appartengono al gruppo dei ciliegi acidi, hanno frutto di colore rosso chiaro, con succo incolore e forma depressa ai poli; il sapore è tipicamente acidulo, con note amarognole (Fideghelli C., Albertini A., 1981).
Nel territorio intorno al comune di Trofarello si è storicamente diffusa la coltivazione delle amarene, in particolare dell’ecotipo Amarena di Trofarello, una declinazione locale appartenente al più ampio gruppo varietà-popolazione Amarena del Piemonte, che ha assunto a seconda della zona denominazioni diverse.
L’Amarena di Trofarello ha una maturazione ritardata: la raccolta si protrae fino a metà luglio. Un limite di questa produzione è dato dalla scarsa resistenza alle manipolazioni ed alla conservazione.

SONY DSC 103432423-9c088e30-dc8e-4d3d-8939-30cb353fd1e5 ciliegie

Cavolo Nero, Cavolo Palmizio, Cavolo Penna – Toscana

Il cavolo nero toscano chiamato anche cavolo palmizio o cavolo a penna è un cavolo molto resistente sia per quanto riguarda le avversità climatiche che per quanto si riferisce al terreno.
E’ davvero un peccato che questo gustoso cavolo sia poco conosciuto al di fuori della sua patria d’origine: la Toscana.
Questo ortaggio come tutti i cavoli appartiene alla famiglia delle Brassicacee il genere è Oleracea e il suo nome scientifico è Brassica oleracea varietà “acephala” cioè senza testa.
Infatti a differenza di altre varietà di cavolo non forma una “testa” compatta ma le sue foglie si sviluppano in orizzontale.
E’ un tipo primitivo di cavolo il cavolo nero toscano infatti quelle serrate e morbide teste che molti cavoli hanno sono il frutto di una selezione varietale che si è svolta nel corso di molte generazioni.
Non riesco bene a comprendere come questo cavolo rustico e gustoso che cresce in un periodo come quello invernale raro di verdure fresche sia così poco conosciuto al di fuori del suo luogo d’origine la Toscana meriterebbe davvero maggiore notorietà.
Fa quindi parte di quegli ortaggi rari che meriterebbero maggiore diffusione.
Se vuoi gustare il cavolo nero toscano durante l’inverno devi seminarlo in estate da giugno sino ad agosto e trapiantarlo nel luogo scelto circa un mese dopo la semina.
Le sue bollose foglie, più gustose dopo aver preso una leggera gelata forniranno un ottimo alimento vitaminico e saporito durante il periodo invernale.

Rosa Di Gorizia – Friuli Venezia Giulia

La natura, guidata dalla sapiente mano dell’agricoltore, ha trasformato un semplice seme in una sinfonia di sapore e colore, racchiudendo in non più di un pugno un tesoro da tramandare nei secoli e da custodire gelosamente, proprio come facevano le famiglie di un tempo.

Era il 1873, quando il barone austriaco Carl von Czoernig per primo scrisse della coltivazione di quella che egli stesso definì “cicoria rossastra”, ma non v’è dubbio che la tradizione affondi le proprie radici in periodi ben più remoti. Coltivata in larga parte nella piana tra Gorizia e Salcano, la Rosa ha successivamente subito l’allargamento degli insediamenti urbani, abbandonando il ruolo di punta ricoperto nell’economia cittadina e vedendo drasticamente ridotta la produzione. Ma anziché al declino, il nuovo contesto l’ha portata a ritagliarsi uno spazio tutto suo in un mercato di nicchia, allargato quasi esclusivamente alle province del Friuli Venezia Giulia, affermandola quale specialità locale per soli palati sopraffini. Ed è forse proprio questa la magia della Rosa di Gorizia®: l’essere riuscita non solo a superare il corso della storia, della trasformazione dei luoghi e del progressivo declino dell’agricoltura, bensì di aver fatto propri questi cambiamenti per sbocciare ogni anno con rinnovata energia e per illuminare ogni inverno con la sua vitalità e bellezza.

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Peperoncino di Calabria

Il peperoncino è una pianta (e frutto) appartenente al genere Capsicum (lo stesso dei peperoni dolci) della famiglia delle Solanacee. Secondo alcuni, il nome latino “Capsicum” deriva da “capsa”, che significa scatola, e deve il nome alla particolare forma del frutto che ricorda proprio una scatola con dentro i semi. Altri invece lo fanno derivare dal greco kapto che significa mordere, con evidente riferimento al piccante che “morde” la lingua quando si mangia.

Storia
Il peperoncino piccante era usato come alimento fin da tempi antichissimi. Dalla testimonianza di reperti archeologici sappiamo che già nel 5.500 a.C. era conosciuto in Messico, presente in quelle zone come pianta coltivata, ed era la sola spezia usata dagli indiani del Cile e del Messico. In Europa il peperoncino è arrivato con Cristoforo Colombo che l’ha portato dalle Americhe col suo secondo viaggio, nel 1493.
Introdotto quindi in Europa dagli Spagnoli, ebbe un immediato successo, ma i guadagni che la Spagna si aspettava dal commercio di tale frutto (come quello di altre spezie orientali) furono deludenti, poiché il peperoncino si acclimatò benissimo nel vecchio continente, diffondendosi in tutte le regioni meridionali, in Africa ed in Asia, e venne così adottato come spezia anche da quella parte della popolazione che non poteva permettersi l’acquisto di cannella, noce moscata ecc.
Il frutto venne così chiamato a causa della somiglianza nel gusto (sebbene non nell’aspetto), con il pepe. Il nome con il quale era chiamato in tutto il nuovo mondo era “chili” e così è rimasto.

Specie
Le specie più comuni di peperoncino sono:
• Capsicum annuum, che include molte delle varietà comuni, incluso il peperoncino comune in Italia, il peperoncino di Cayenna, e il messicano jalapeño
• Capsicum frutescens, che include tra gli altri il tabasco
• Capsicum chinense, che include l’habanero, da nel Guinness dei primati come il peperoncino più piccante del mondo
• Capsicum pubescens, che include il sudamericano rocoto
• Capsicum baccatum, che include il cosiddetto cappello del vescovo
Sebbene siano poche le specie di peperoncino comunemente usate in Italia, ci sono molti tipi di piante coltivate e molti metodi per preparare i peperoncini. Green e red bell ad esempio sono della stessa pianta, ma i verdi sono immaturi.

La pianta
Il capsicum annuum è un arboscello perenne che, in condizioni di clima favorevole, viene coltivato come annuale. Le piante si presentano sotto forma di cespuglio alti da 40 a 80 cm (a seconda della specie) con foglie di colore verde chiaro. I fiori sono bianchi a forma di stella a 5-6 petali con stami giallo tenue. Il peperoncino può essere coltivato anche in un balcone, e viene seminato verso febbraio, mentre i frutti si possono raccogliere in estate e in autunno. Andrebbero usati subito dopo la raccolta affinché non perdano le loro proprietà, ma si possono conservare anche sott’olio o in polvere (dopo averli fatti seccare al sole).

Piccantezza
La sostanza principale artefice della piccantezza è l’alcaloide capsaicina (8-metil-N-vanillil-6-nonenamide o C18H27NO3), insieme ad altre 4 sostanze correlate, chiamate collettivamente capsaicinoidi. Ogni capsacinoide ha un effetto diverso nella bocca, e una variazione nelle proporzioni di queste sostanze determina le diverse sensazioni prodotte dalle diverse varietà, oltre al loro contenuto. La capsaicina provoca dolore e infiammazioni se consumata in eccesso, e può addirittura bruciare la pelle, se a contatto con alte concentrazioni (i peperoncini habanero, ad esmpio, sono raccolti con i guanti). Rappresenta anche l’ingrediente principale nello spray al pepe, usato come “arma non letale”.
La piccantezza dei peperoncini è misurata empiricamente tramite la scala di Scoville, in gradi da 0 a 10, e quantitativamente in unità di Scoville, basate in p.p.m peso/peso di capsaicina e diidrocapsaicina. Il peperone dolce ha ad esempio zero unità Scoville, i jalapeños sono a circa 3,000–6,000 Scoville, mentre gli habanero arrivano a 300,000 unità Scoville. Il record per il più alto numero di unità Scoville in un peperoncino è stato assegnato dal Guinness dei primati all’ habanero Red savina, che misura 577.000 unità. Tuttavia dall’India è arrivata la notizia di un peperoncino, chiamato Naga jolokia che dovrebbe arrivare a 855.000 unità Scoville, sebbene manchi una verifica indipendente. La capsaicina pura misura circa 16 milioni di unità.
Uno dei modi migliori per alleviare la sensazione di bruciore è bere latte, mangiare yogurt o ogni prodotto caseario. Infatti una sostanza presente nei prodotti caseari conosciuta come caseina agisce da detergente e rimuove la capsaicina dai recettori nervosi.
La capsaicina si scioglie molto bene anche nei grassi e nell’alcool, quindi anche prodotti grassi o bevande alcoliche aiutano a rimuovere la sensazione dolorosa. Per le alte concentrazioni, come nell’habanero Red Savina o estratti vari, il modo più efficace è usare del ghiaccio come anestetico.

Il peperoncino in cucina
Il frutto viene mangiato cotto o crudo per la sua capacità di bruciare il palato, concentrata nella parte superiore della capsula, dove ci sono ghiandole che producono la capsaicina, la quale poi scivola lungo la capsula. Al contrario di quanto si crede comunemente, non sono i semi, ma la membrana interna che contiene la maggior parte di capsaicina: quindi è quasi inutile togliere i semi per ridurre la piccantezza del frutto.
In Italia il peperoncino è ampiamente usato e alcune regioni ne hanno fatto la base dei propri piatti regionali, come la Calabria, con la famosa “‘nduja”, la Basilicata e in generale tutto il Sud peninsulare.
All’estero il peperoncino è usato molto in Messico (nelle salse, nel chili con carne) ed in India. Le cucine indiana, indonesiana, cinese sono associate all’uso del peperoncino, sebbene la pianta sia arrivata in Asia solo dopo l’arrivo degli europei. Una volta macinato il peperoncino modifica l’intensità del gusto: il grado di piccantezza però varia non solo in base alla varietà di peperoncino scelta, ma anche in base al grado di maturazione: infatti più è maturo e più è forte. Inoltre la siccità accentua il sapore piccante.
Alcune varietà di peperoncino sono indicate per il consumo immediato, perché i frutti non si mantengono a lungo. Altre, come l’Habanero, possono essere invece essiccate e macinate. In questo modo aumenta la concentrazione di capsaicina e dunque la piccantezza. Inoltre, varie specie di peperoncini hanno aroma e sapore intenso, che si perde con l’essicazione. Sempre l’habanero, da fresco ha un intenso odore di albicocca e un sapore fruttato simile al cedro, che si attenuano alquanto con l’essicazione.

Proprietà
Il peperoncino è un condimento molto popolare, nonostante il dolore e l’irritazione che provoca. La capsaicina ha un effetto antibatterico, cosicché cibi cotti col peperoncino possono essere conservati relativamente a lungo. I peperoncini sono ricchi in vitamina C e si ritiene abbiano molti benefici effetti sulla salute umana, purché usati con moderazione.
Il peperoncino ha un forte potere antiossidante, e questo gli è valso la fama di antitumorale. Il peperoncino si è anche dimostrato utile come nella cura di malattie da raffreddamento come raffreddore, sinusite e bronchite e nel favorire la digestione. Queste virtù sono dovute principalmente alla capsaicina, in grado di aumentare la secrezione di muco e di succhi gastrici.
Il peperoncino può essere usato anche come antidolorifico in artriti e neuropatie. La sensazione di dolore prodotta dalla capsaicina infatti stimola il cervello a produrre endorfine, un oppioide naturale in grado di agire da analgesico e produrre una sensazione di benessere. Lo psicologo Paul Rozin ritiene che il mangiare peperoncini rappresenti un esempio di “rischio limitato”, come le montagne russe, dove sensazioni estreme come paura e dolore possono arrecare piacere poiché si sa che non sono effettivamente pericolose.
Altri effetti benefici del peperoncino, come il suo potere afrodisiaco, non sono stati confermati da ricerche scientifiche, sebbene la medicina Ayurvedica lo usi per il trattamento di ulcere peptiche.
Gli uccelli, al contrario dei mammiferi, non sono sensibili alla capsaicina, poiché questa sostanza agisce su uno specifico recettore nervoso che gli uccelli non possiedono. A ragione di ciò i peperoncini costituiscono il cibo preferito di molti volatili; essi costituiscono infatti una fonte di vitamina C. In cambio gli uccelli spargono i semi della pianta durante il pasto o attraverso le feci, poichè questi semi riescono a oltrepassare l’apparato digerente inalterati. Si pensa che questo tipo di relazione abbia promosso l’evoluzione dell’attività protettrice della capsaicina. È infine interessante notare come agenti chimici usati per dare un sapore di uva a bevande come la “grape soda” (bevanda frizzante al gusto di uva) diano negli uccelli un effetto simile a quello che la capsaicina dà agli esseri umani.

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Zafferano di Sardegna

Sul piano meramente agricolo la Sardegna si connota per la sua pastorizia, per l’arte casearia e recentemente per la qualità delle sue produzioni enologiche, ma da tempo … e non da poco … anche per un patrimonio di produzioni tipiche che ne hanno caratterizzato da generazioni la sua peculiarità turistica e gastronomica. Una regione povera di produzioni agricole estensive, di massa. Una terra ricca di cultura, quanto di specificità locali , apprezzate sempre più anche dai tanti stranieri che visitano l’isola durante il loro soggiorno. Lo zafferano è tra le colture di Sardegna più originali e antiche. Tra gli attuali storici che hanno saputo ben illustrare il posizionamento dello zafferano nella società e nelle dinamiche delle storie locali va citato certamente Antonio Casti. Tra i suoi ultimi scritti un dotto vademecum sullo Zafferano di San Gavino Monreale e sull’introduzione di questa spezia in Sardegna. Tra i primi documenti storici sulla presenza dello zafferano nell’area possiamo citare la Grotta della Vipera a Cagliari per le scritte sulla tomba di Attilia Pomptilia …” su tzaffaranu profumau” da parte di Cassio Filippo nel I secolo d.C. A tali primordi la vera reintroduzione produttiva va segnalata nel periodo della dominazione bizantina (VI – IX secolo) quando nell’isola una serie di monaci devoti a San Basilio coltivavano e diffondevano le tecniche di produzione dello zafferano. Un uso molto ampio dello zafferano di questa comunità di monaci che ne divulgarono oltre le utilizzazioni salutistiche, anche le grandi opportunità gastronomiche. Un ruolo non indifferente lo ebbe la comunità del Convento di Santa Lucia in quel di San Gavino Monreale, uno dei comuni maggiormente produttivi di zafferano in Sardegna e in Italia. Era uso coltivare gli orti nei pressi dei monasteri o nelle vicinanze delle case nobiliari e la sua utilizzazione si estendeva anche ad impieghi come quello aromatico e medicinale. Poco oltre anche lo stesso Ordine Francescano, successivo a i Monaci di San Basilio, favorirono la coltivazione dello zafferano di San Gavino e dei comuni del Medio Campidano, facendolo conoscere ed apprezzare oltre i confini dell’isola. La storiografia sull’uso e le tradizioni dello zafferano in Sardegna ci portano a segnalare che solo in questa regione il lessico sullo zafferano utilizzato da generazioni e delle famiglie ha una sua specificità linguistica: zafferano (tzaffaranu), Crini (le foglie dello zafferano, Ena (i pistilli), Grofu (il giorno di massima produzione dei fiori), Cuguddau (quando il fiore nelle prime ore del mattino è ancora chiuso), Furconis (peduncolo biancastro che collega i tre pistilli e che si consiglia di separarlo in quanto non contiene gli elementi essenziali presenti nei pistilli) … in concreto questa spezia entra a pieno titolo nella cultura e nelle tradizioni del popolo sardo. La Sardegna produce una gran quantità di zafferanoma molto viene utilizzato all’interno dell’isola per soddisfare la grande varietà di pietanze e di piatti che sono esaltati dalleunicità organolettiche dello zafferano sardo. Una cultura che un tempo era riservata alle famiglie benestanti , nobiliari e che invitavano i propri familiari a proseguire nelle generazioni tali coltivazioni, in quanto indice di prestigio e di considerazione da parte delle famiglie del luogo. Sono state trovati e segnalati dallo storico Casti documenti testamentari molto interessanti , in cui si disponeva che ai molti figli … e alla mia moglie venisse regolamentata la divisione dei bulbi …” Giuseppe Aru nel 1820 disponeva che le cipolle di zafferano piantate in via Oristano a San Gavino per 10 starelli dovessero andare alla moglie e il restante ai suoi 11 figli …” il prezzo era affidato ai mercatali o ai Consoli dei porti di arrivo delle merci e confrontando i soldi per libbra( 400 gr) dello zafferano rispetto ad altre spezie quali il pepe, lo zucchero, lo zenzero …  lo zafferano con i 50 soldi era la spezia più cara e ricercata. La coltivazione si è tramandata di generazione in generazione sino ai giorni nostri. La Sardegna è indubbiamente in Italia la regione maggior produttrice di zafferano il cui nucleo storico e produttivo è concentrato nei comuni di San Gavino Monreale, Turri e Villanovafranca nel Medio Campidano con altre piccole isole produttive al nord della Sardegna. Una valorizzazione di questa realtà produttiva è giunta con il recente riconoscimento comunitario della DOP (Denominazione di Origine Protetta) a tutto il prodotto dell’isola. Purtroppo ad oggi le poche e scarse rivendicazioni di tale riconoscimento da parte dei produttori rispetto alle aspettative, sono un dato di fatto, ciò dovuto per gli alti costi burocratici che non permettono di poter usufruire di tale riconoscimento. Di certo al di là degli aspetti normativi lo zafferano entra nella famiglia sarda in modo così eclatante nel periodo di raccolta dei fiori, con un coinvolgimento di vicini e parenti. Un entusiasmo che certamente coinvolge giovani generazioni e le donne, principali protagoniste di tale spezia.

 

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Radicchio di Treviso – Veneto

Il Radicchio Rosso di Treviso è una varietà di cicoria, è caratterizzato da un colore rosso scuro intenso, da striature bianche, da una consistenza croccante e da un inconfondibile gusto delicatamente amarognolo.

Si presenta in due varianti: precoce o tardivo. Il Radicchio Rosso di Treviso Precoce, meno pregiato, ha foglia più larga e sapore più amaro. Viene coltivato in campo aperto e dopo l’estate, i cespi vengono legati per proseguire la maturazione e l’imbianchimento forzato. Segue quindi, la raccolta e la toelettatura prima della commercializzazione.

Il Radicchio Rosso di Treviso Tardivo è invece assai più pregiato, in ragione della complessità del processo di produzione. Si presenta con foglie lunghe e affusolate, con una costa centrale bianca e foglie di un colore rosso-violaceo intenso. Secondo il disciplinare di produzione la raccolta dal campo aperto può iniziare solo dopo che le piante abbiano subito due brinate. Una volta raccolto (ancora con il suo fittone o radice) viene legato in mazzi e posto con il fittone immerso in vasche di acqua di falda a temperatura costante (12-15 gradi) per la fase di imbianchimento. La temperatura mite dell’acqua favorisce la ripresa del processo vegetazionale, ma l’assenza di luce impedisce alla pianta di produrre clorofilla: da qui il colore tipico e l’ammorbidimento delle note amare della cicoria. Dopo un periodo di forzatura in acqua, che varia dai venti ai quindici giorni, il Radicchio Rosso di Treviso Tardivo IGP è pronto per la toelettatura finale.

Cenni storici

La coltivazione del Radicchio Rosso di Treviso è frutto di una tradizione che affonda nei secoli. Alcune ricerche iconografiche condotte da Tiziano Temesta dell’Università di Padova (pubblicate ne: Il Radicchio di Treviso alle Nozze di Cana) hanno dimostrato come il radicchio fosse coltivato già dalla metà del XVI secolo. Lo si vede rappresentato in alcuni dipinti come “Le Nozze di Cana” di Leandro da Ponte detto Il Bassano (oggi al Museo del Louvre di Parigi). Ma il processo di produzione si sarebbe affinato solo nella seconda metà del XIX secolo. Sarebbe stato il vivaista Francesco Van Den Borre, giunto dal Belgio nel 1870 per realizzare un giardino patrizio, a portare nella zona del Trevigiano la tecnica di imbiachimento già in uso per le cicorie belga. È nell’anno 1900 che il Radicchio Rosso di Treviso raggiunge la consacrazione con la realizzazione sotto la Loggia dei Grani di Piazza dei Signori a Treviso della prima mostra dedicata ai produttori del Radicchio Rosso di Treviso e voluta dall’agronomo di origine lombarda, Giuseppe Benzi.

 

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Carciofo romanesco – Lazio

Il carciofo (Cynara scolimus) è una pianta già conosciuta al tempo degli Egizi e diffusa nell’area mediterranea, come si vince dal De Re Rustica di Columella e dal Naturalis Historia di Plinio. Tut¬tavia, secondo alcuni storici, furono gli Etruschi a praticare la coltivazione di questo ortaggio dalle varietà di cardo selvatico (Cynara cardunculus) e le raffigurazioni di foglie di carciofo in alcune tombe della necropoli di Tarquinia ne sono un’indiscutibile testimonianza. Attualmente, sono due le cultivar coltivate lungo il litorale a nord di Roma nei dintorni di Ladispoli e Cerveteri, un’area particolarmente vocata alla produzione del Carciofo Romanesco IGP: “Castellammare” (precoce) e “Campagnano” (tardiva). Il  Carciofo Romanesco, detto anche “mammola”, è grosso e con il capolino quasi rotondo, ha poco scarto ed è il più adatto per essere cucinato ripie¬no. La parte commestibile della pianta è in realtà il fiore e il cuore centra¬le chiamato “cimarolo” è il più ricercato, e di conseguenza anche il più costoso, perché più tenero e con le foglie più seriate. Molto versatile in cucina, la tradizione lo predilige “alla romana”, cotto a fuoco lento e condito con pangrattato, aglio, prezzemolo, pepe e abbondante olio, oppure alla “giudia”, tagliato a spirale in modo da eliminare la parte legnosa, fritto nell’olio con il gambo in alto e bello croccante. Il prodotto ha ottenuto L’Indicazione Geografica Protetta (IGP) nel 2002 (Regolamento CE n. 2066/02) come “Carciofo Romanesco del Lazio IGP”.

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Arancia Rossa di Sicilia

L’Arancia Rossa è giunta in Sicilia dopo un lungo viaggio iniziato presumibilmente in Cina dove si è differenziato il primitivo nucleo genetico dal quale sono derivati gli attuali agrumi. Ciò è testimoniato dai più antichi documenti nei quali si fa menzione di arance pigmentate.

Dagli inizi del XX secolo la coltivazione dell’arancia conquista la piana di Catania (bonificata dai terreni paludosi) iniziano così a presentarsi nuove varietà di arancia rossa quali Sanguinello, Moro e Tarocco.

La produzione di frutti d’arancio dalla polpa rossa è tipica di quella zona della Sicilia Orientale posta a Sud Sud-Ovest dell’Etna tra le province di Catania, Enna e Siracusa.

In nessun’altra regione dell’area mediterranea e del continente americano le cultivar pigmentate sono riuscite a produrre frutti con le pregevoli qualità che distinguono le arance rosse siciliane, quali l’intensa colorazione e l’equilibrato rapporto tra zuccheri e acidi.

Le rigide temperature notturne e l’intensità luminosa delle belle giornate invernali sono caratteristiche climatiche di quella parte della Sicilia Orientale particolarmente vocata alla produzione di arance rosse. L’abbondante dose di insolazione permette la formazione di alti livelli di zuccheri, fondamentali per la formazione del sapore, reso gustoso dalla modesta quantità di precipitazioni.

 

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Lenticchie di Castelluccio di Norcia – Umbria

Chiamata dagli abitanti di Castelluccio “Lénta“, è il prodotto rappresentativo del paese per eccellenza. L’uso di questo legume è antichissimo come dimostra il ritrovamento di semi in tombe neolitiche datate 3000 A.C. La lenticchia è una pianta annuale, che fiorisce tramaggio e agosto, appartenente alla famiglia delle leguminose. L’inconfondibile sapore, le dimensioni molto piccole, la resistenza ai parassiti e la coltivazione esclusivamentebiologica, oggi ne fanno un prodotto ricercatissimo. Viene seminata, non appena il manto nevoso è completamente disciolto. Verso la fine di Luglio primi di Agosto viene raccolta. Una volta questa operazione veniva svolta esclusivamente a mano, “la carpitura“. Affluiva manodopera dai paesi limitrofi; GualdoPescara Del TrontoSan Pellegrino, per la maggior parte donne, “le carpirine“, un lavoro faticoso e lungo. Oggi si ricorre, quasi sempre, alle falciatrici meccaniche, ma comunque i ritmi e i “rituali“, obligatori, fanno della raccolta un momento di massimo impegno per i contadini del posto.

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Pera Mantovana – Lombardia

Sei varietà per identificare un frutto pregiato, coltivato fin dal Medioevo e conservato fino ad oggi grazie a sapienti innesti e incroci.
Le varietà di Pera Mantovana coltivate sono sei: Abate Fetel, Conference, Decana del Comizio, Kaiser, Max Red Barlett e William.

Sono tutte caratterizzate da un sapore dolce più o meno aromatico ma si distinguono per il colore e rugosità della buccia:
le pere delle varietà William  hanno una buccia liscia, di colore giallo-rosato;

  • le pere Max Red hanno un colore di fondo giallo, quasi completamente coperto da  sovracolore rosso vivo, spesso striato;
  • la varietà Conference è verde-giallastra con rugginosità diffusa;
  • la pera di varietà Decana Comizio è liscia, di colore verde chiaro-giallastro e rosa ;
  • la varietà Abate Fetel ha la buccia verde chiaro-giallastra e rugginosità intorno al peduncolo;
  • la pera Kaiser possiede una buccia ruvida e rugginosa.
    Ogni varietà ha un proprio periodo di coltivazione.
    Il peso medio della Pera Mantovana varia dai 158 gr della Conference ai 260 della Abate.

La zona di produzione della Pera Mantovana IGP comprende l’intero territorio dei Comuni di Sabbioneta, Commessaggio, Viadana, Pomponesco, Dosolo, Gazzuolo, Suzzara, Borgoforte, Motteggiana, Bagnolo San Vito, Virgilio, Sustinente, Gonzaga, Pegognaga, Moglia, S.Benedetto Po, Quistello, Quingentole, S.Giacomo delle Segnate, S.Giovanni del Dosso, Schivenoglia, Pieve di Coriano, Revere, Ostiglia, Serravalle a Po, Villa Poma, Poggio Rusco, Magnacavallo, Borgofranco sul Po, Carbonara di Po, Sermide e Felonica, che delimitano un’area continua in provincia di Mantova.
La coltivazione della pera nel mantovano e soprattutto nella zona dell’Oltrepò, è una pratica molto antica. Nel 1475 rappresenta la coltura più diffusa ed importante anche se esclusiva dei nobili e degli ecclesiastici. Nei giardini dei monasteri e nei broli delle corti signorili si coltivano ed incrociano varietà diverse di pera per ottenere frutti sempre più gustosi.
La produzione però viene destinata all’autoconsumo o al mercato locale a causa della difficoltà nella conservazione e nel trasporto di questo frutto.
Dopo l’unità d’Italia e nel primo dopoguerra il necessario riassetto produttivo spinge a valorizzare le attività esistenti. La coltivazione del pero si sviluppa particolarmente grazie anche alle innovazioni tecnologiche nel settore della conservazione e dei trasporti.
Il lavoro di produzione delle sei varietà di Pera Mantovana è affiancato da una importante attività di recupero e valorizzazione di varietà locali al fine di contribuire al mantenimento del patrimonio agricolo e ambientale di quelle zone.
Nel 1998 la Pera Mantovana ottiene il riconoscimento europeo IGP e nasce il Consorzio Perwiva, che ne tutela e promuove la produzione.

La produzione della Pera Mantovana IGP è regolata da un disciplinare di produzione approvato dalla Unione Europea e avviene secondo tecniche tradizionali della zona.

La Pera Mantovana ha proprietà diuretiche, depurative, regolatrici intestinali ed è possibile consumarne anche un quantitativo elevato senza introdurre troppe calorie.
La percentuale di zuccheri contenuti è in gran parte costituita da fruttosio, per cui il suo consumo è consentito anche ai diabetici.

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Fagiolo di Sarconi – Basilicata

I Fagioli di Sarconi sono coltivati da secoli in una particolare zona della Basilicata.
La zona di produzione dei fagioli ad Indicazione Geografica Protetta Fagioli di Sarconi, comprende i territori dei Comuni di: Sarconi, Grumento Nova, Marsiconuovo, Marsicovetere, Moliterno, Monomero, Paterno, San Martino d’Agri, Spinoso, Tramutola, Viggiano, tutti situati in Provincia di Potenza.
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Questi prodotti sono caratteristici poichè fortemente legati all’ambiente di questi territori dove la disponibilità di acqua, e particolari condizioni ambientali come le basse temperature estive permettono la produzione di fagioli di elevata qualità assolutamente distinguibili dalle altre varietà esistenti.Il tipico sapore dolce di questi fagioli dipende proprio dalle condizioni descritte che consentono ai semi di mantenere una significativa concentrazione di zuccheri semplici che in tempi più lunghi rispetto ad altre varietà vengono poi trasformati in amido.La Indicazione Geografica Protetta “Fagioli di Sarconi” è riservata agli ecotipi di cannellino e di borlotto noti localmente con gli appellativi: “fasuli russi”, “tovagliedde rampicanti”, “fasuli russi”, “verdolini”, “napulitanu vasciu”, “napulitanu avuti”, “ciuoti o regina”, “tabacchino”, “munachedda”, “nasieddo”, “maruchedda”, “san michele”, “muruseddu”, “truchisch”, “cannellino rampicante”.

I fagioli ad Indicazione Geografica Protetta “Fagioli di Sarconi”, con l’eventuale specificazione del nome o dell’ecotipo locale, possono essere prodotti come baccelli da sgranare allo stato fresco o a piena maturazione per la granella secca.

 

 

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Cipolla Alifana – Campania

La cipolla “Alifana” presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate soprattutto sui mercati della provincia di Caserta e del Basso Lazio; il colore è ramato intenso, la forma è sferoidale fortemente schiacciata ai poli; pezzatura media (peso medio 200 gr fino a 400 gr); ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda, bianca con sfumature violacee; ha spiccata attitudine alla conservazione nelle caratteristiche “‘nzerte” (realizzate intrecciando le foglie essiccate di 12-13 fino a 20 cipolle secondo le dimensioni, che vengono quindi mantenute fino alla vendita).

La riproduzione avviene per bulbilli, che vengono posti in semenzaio in agosto-settembre e quindi trapiantati in pieno campo in febbraio-marzo. La maturazione avviene in luglio – agosto; l’essiccazione fogliare avviene in campo; in una fase intermedia dell’essiccazione, con le foglie appassite, si realizza la “‘nzerta”; quindi le treccie vengono poste al sole per il completamento dell’essiccazione. La conservazione avviene su graticci realizzati in canna e posti verticalmente appoggiati a pareti, in posizione ombreggiata (pergolato o tettoia), in attesa di essere poi commercializzate, dopo un periodo di 20 – 30 giorni. All’atto della vendita le cipolle restano in genere confezionate nelle “‘nzerte” , pronte per il consumo familiare che può procrastinarsi anche per sette-otto mesi. Secondo l’esperienza degli agricoltori locali l’attitudine alla conservazione è un carattere desumibile nella fase di scelta delle piante madri il che permette di poter selezionare i bulbilli migliori a tale scopo.

Le pratiche colturali nell’ultimo trentennio hanno conservato la loro tradizionalità e sono uniformemente diffuse sul territorio in esame. Lo stesso prodotto nell’arco di tutto questo tempo ha conservato, altresì, le sue caratteristiche di qualità; le modalità di conservazione e di presentazione alla vendita restano immutate ancora oggi. La cipolla alifana per le sue caratteristiche ha trovato impiego nella cucina tradizionale locale, per la preparazione di minestre assieme a fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.unnamed-1unnamed-2 unnamed-3 unnamed

La cipolla “Alifana” presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate soprattutto sui mercati della provincia di Caserta e del Basso Lazio; il colore è ramato intenso, la forma è sferoidale fortemente schiacciata ai poli; pezzatura media (peso medio 200 gr fino a 400 gr); ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda, bianca con sfumature violacee; ha spiccata attitudine alla conservazione nelle caratteristiche “‘nzerte” (realizzate intrecciando le foglie essiccate di 12-13 fino a 20 cipolle secondo le dimensioni, che vengono quindi mantenute fino alla vendita).

La riproduzione avviene per bulbilli, che vengono posti in semenzaio in agosto-settembre e quindi trapiantati in pieno campo in febbraio-marzo. La maturazione avviene in luglio – agosto; l’essiccazione fogliare avviene in campo; in una fase intermedia dell’essiccazione, con le foglie appassite, si realizza la “‘nzerta”; quindi le treccie vengono poste al sole per il completamento dell’essiccazione. La conservazione avviene su graticci realizzati in canna e posti verticalmente appoggiati a pareti, in posizione ombreggiata (pergolato o tettoia), in attesa di essere poi commercializzate, dopo un periodo di 20 – 30 giorni. All’atto della vendita le cipolle restano in genere confezionate nelle “‘nzerte” , pronte per il consumo familiare che può procrastinarsi anche per sette-otto mesi. Secondo l’esperienza degli agricoltori locali l’attitudine alla conservazione è un carattere desumibile nella fase di scelta delle piante madri il che permette di poter selezionare i bulbilli migliori a tale scopo.

Le pratiche colturali nell’ultimo trentennio hanno conservato la loro tradizionalità e sono uniformemente diffuse sul territorio in esame. Lo stesso prodotto nell’arco di tutto questo tempo ha conservato, altresì, le sue caratteristiche di qualità; le modalità di conservazione e di presentazione alla vendita restano immutate ancora oggi. La cipolla alifana per le sue caratteristiche ha trovato impiego nella cucina tradizionale locale, per la preparazione di minestre assieme a fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

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Centofoglie scarola venafrana – Molise

DENOMINAZIONE LATINA

Cichorium endivia latifolium.

PIANTA DI ORIGINE

Pianta annuale con cespo grosso, foglie di colore verde intenso, molto croccanti.

UTILIZZAZIONE ALIMENTARE

Viene consumata soprattutto cruda, in insalata, dopo averla accuratamente lavata, sgocciolata e asciugata. E’ ottima cotta a vapore o brasata.

Nella tradizione culinaria venafrana viene utilizzata per la classica ” fagioli e scarola” e nella “zuppa alla santè”.

COLTIVAZIONE

Si semina nella tarda primavera fino a settembre – ottobre a spaglio in semenzaio. Le piantine si trapiantano generalmente quando hanno raggiunto i 10 cm di altezza alla distanza di 30 cm tra le fila e 10-15 cm sulla fila.

NOTE

E’ ricca di potassio ed ha spiccate proprietà depurative e diuretiche.

Le foglie inoltre, hanno proprietà emolliente sull’epidermide se applicate, cotte, come cataplasma.

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Asparago violetto di Albenga – Liguria

Inconfondibile, per i turioni molto grossi e per il colore viola intenso che gradatamente sfuma scendendo verso la base, l’asparago Violetto d’Albenga è una varietà unica al mondo. Il suo colore strano non dipende dalla tecnica di coltivazione, ma è legato al suo patrimonio genetico. E c’è una ragione scientifica che ne preserva la purezza: possedendo 40 cromosomi anziché 20 come tutti gli altri asparagi, il Violetto non può incrociarsi con altre varietà (i figli sarebbero sterili) e quindi non può imbastardirsi.
In California hanno tentato di brevettarlo e fior di agronomi hanno provato a coltivarlo in Nuova Zelanda, in Australia e negli Stati Uniti, ma con scarsissimi risultati.
I terreni alluvionali della Piana di Albenga, invece, sono perfetti: grazie al profondo strato sabbioso e limoso e al microclima. Eppure, in Liguria, questa varietà, che negli anni Trenta del Novecento era coltivata su più di 300 ettari è quasi completamente abbandonata.
La coltivazione del Violetto è completamente manuale e la raccolta avviene da metà marzo ai primi di giugno: così arriva più tardi alla vendita e trova un mercato già colonizzato da altre varietà nazionali e d’importazione. Da sempre i contadini hanno escogitato stratagemmi per anticiparne anche di poco la raccolta: un tempo si scaldava il terreno con il cascame del cotone (scarto dei cotonifici) impregnato d’acqua. Oggi esistono metodi più moderni: ad esempio c’è chi sistema tubi di acqua calda nel terreno.
Le preparazioni più adatte a questo asparago morbido e burroso (e senza la fibrosità dei colleghi) sono quelle che ne esaltano la delicatezza. Niente salse coprenti, niente cotture prolungate, niente refrigerazione o peggio surgelazione. Lessati poco e intinti in un extravergine di Taggiasca offrono profumi e sapori inimitabili, ma accompagnano bene anche cibi molto delicati: pesci lessi, al vapore, al forno, carni bianche o salse raffinate.

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Albicocca Val Venosta – Trentino Alto Adige

Il clima unico della Val Venostacaldo e soleggiato, con poche precipitazioni e terreni ariosi, èideale per la coltivazione delle albicocche, chiamate anche Marillen dagli abitanti del luogo.

Di forma ovale e dalla buccia sottile e vellutata, di colore giallo scuro, tendente all’arancione, l’albicocca venostana è un concentrato dei sapori e delle straordinarie sfumature che caratterizzano l’estate in Val Venosta.

La sua polpa morbida e succosa, dal sapore pieno e lievemente acidulo, si presta bene ad essere utilizzata per la preparazione di dolci e marmellate.

In Val Venosta, la coltivazione delle albicocche avviene ad un’altitudine compresa tra i 600 e i 1.200 metri sul livello del mare a garanzia di una qualità eccellente del prodotto.

Gli esperti e gli amanti delle albicocche sono concordi nel dire che non esiste un posto migliore della Val Venosta per la crescita di questo prezioso frutto. Nonostante, infatti, sia un prodotto tipicamente del sud l’albicocca in Val Venosta, a parte il rischio di gelate in primavera, trova delle condizioni climatiche davvero ideali. Le albicocche amano il caldo, il sole e il vento, mentre non amano la pioggia, l’umidità e i terreni troppo grassi. Negli ultimi decenni, in particolare nella zona attorno a Lasa molti contadini ed aziende agricole hanno ripreso con l’antica tradizione della coltivazione delle albicocche.
Un’albicocca matura della Val Venosta possiede un colore arancione intenso e luminoso con sfumature rosse. Il frutto è incredibilmente aromatico e si scoglie in bocca. Sono adatte al consumo fresco, alla preparazione di marmellate, grappe e distillati.

albicocche OLYMPUS DIGITAL CAMERA 2zejkht albicocc_21-20130401-190910-67 Albicocche-2_20c9_3339 Festa-del-Marmo-e-delle-Albicocche-in-Val-venosta marmellata-di-albicoccheLe albicocche della Val Venosta hanno una vita media molto breve, e quindi queste squisite albicocche vengono distribuite solo nella regione Trentino Alto Adige. Per bella occasione per gustarle e’ la Festa del Marmo e delle Albicocche, che coinvolge la cittadina di Lasa in una due giorni di prodotti locali.

Mela Renetta – Valle d’Aosta

È una mela carnosa, dalla polpa di color bianco crema, mediamente succosa, dal sapore acidulo.
È ricchissima di antiossidanti e vitamine. Il suo aroma caratteristico la rende un ingrediente perfetto in cucina. Ideale per insaporire le insalate, per accompagnare la carne ed è particolarmente indicata per la produzione di torte e frittelle.
La renetta è simbolo della tradizione frutticola valdostana, grazie al particolare microclima che caratterizza la Valle d’Aosta con estati secche e soleggiate favorendo un’eccellente maturazione delle mele senza particolari rischi di malattie
e permettendo l’ottenimento di un prodotto sano e genuino.
La buona esposizione al sole contribuisce alla colorazione tipica della mela di montagna ed al suo aroma intenso e gradevole.

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Azienda Agricola Maceroni

L’azienda Agricola Maceroni è situata a Ceprano, in provincia di Frosinone, nel cuore della Ciociaria.

L’azienda ha origini antichissime, oggi è gestita da una giovane imprenditrice, Caterina Maceroni, con un allevamento di circa 80 vacche da latte. L’azienda ha un piccolo laboratorio dove viene trasformato parte del latte prodotto in latte fresco intero pastorizzato, non omogenizzato, e la restante parte in formaggio primo sale, formaggio stracchino, ricotta, yogurt (bianco, cereali, mirtilli), dessert panna cotta e budino al cioccolato.

La qualità dei prodotti deriva essenzialmente dall’elevata qualità del latte che rappresenta la produzione principale (circa 550 litri al giorno).

Il patrimonio genetico delle bovine e l’alimentazione di queste ultime con solo materie prima (non si fa uso di alcun mangime, colza, filler, scarti industriali alimentari e caseari e di latte in polvere medicati e non) rende il latte digeribile e particolarmente sapido.

Il latte dà al consumatore una gradevole sensazione di sazietà senza fastidio, retrogusti e disturbi di carattere fisico.

In materia di produzione del latte il nostro know – how non è solo il risultato di un perfezionamento avvenuto negli anni in modo empirico ma è soprattutto il risultato di numerose collaborazioni con istituti zooprofilattici e dipartimenti di scienza degli alimenti.

Negli anni 2005-2007 è stata scelta come azienda pilota dalla regione Lazio per il progetto di ricerca: “Determinazione del polimorfismo genetico al locus della caseina dei latti individuali prodotti in azienda”.

Anche per i formaggi sono stati adottati gli stessi principi a cui l’azienda si è ispirata per la produzione del latte; utilizzando esclusivamente sale, caglio e all’occorrenza fermento lattici vivi.

Non vengono eseguiti processi di standardizzazione né di tipo meccanico né di tipo chimico finalizzati al miglioramento dell’aspetto e della consistenza dei prodotti.

Poiché il latte è utilizzato tale e quale i formaggi presentano leggere sfumature di colore giallo paglierino ovvero il colore proprio del latte vaccino.

La metodologia adottata per la produzione del formaggio primo sale, ade esempio, è stata ottenuta dalla rivisitazione della ricetta di famiglia.

In particolare è stata definita una procedura capace rimodellare perfettamente il ciclo termico del processo di lavorazione del formaggio di “nonna Maria”, quando per fare il formaggio usava pentola posta su treppiede. La procedura è stata modernizzata grazie alla strumentazione elettronica (vasca polivalente) che consente, a differenza della pentola su treppiede, un puntuale controllo della temperatura e quindi delle acidità coinvolte nel processo di produzione.

L’azienda è così riuscita a riprodurre l’esatto formaggio di “nonna Maria” oltretutto con caratteristiche chimico-fisiche notevolmente superiori: un formaggio dal sapore antico ma lavorato con tecnologia moderna. La ricotta invece è ancora prodotta con la pentola su treppiede in modo del tutto naturale. Al siero viene aggiunto solo un goccio di aceto di vino.

Chi sceglie un prodotto dell’azienda Maceroni abbracci anche il nostro modo di fare agricoltura: un modello di agricoltura “equilibrato” secondo il quale gli eventuali trattamenti terapeutici, solo se necessari, sono rivolti all’esclusivo miglioramento del benessere animale e non finalizzati all’incremento smodato della produttività.

 

Banca del Sapore – Guidonia Colleverde

La Banca del Sapore si trova a Guidonia in Zona Collevrde (Mappa).

Si presenta con due grandi vetrate con entrata sul lato piazza e due vetrine sul lato strada /chiesa.

La tipologia dei prodotti venduta è prevalentemente di origine Biologica per i prodotti confezionati, mentre per i prodotti da banco vengono scelti  quelli di provenienza territorialmente identificabile e di alta qualità.

Il Pugnalone è nato nel 2000 come Consorzio tra aziende agricole biologiche con lo scopo di coordinare le produzioni agricole dei soci e curarne la commercializzazione, specializzandosi nella produzione di legumi e cereali Biologici.

Tale attività le ha consentito di sviluppare rapporti commerciali con importanti realtà produttive e di trasformazione del mondo del biologico e soprattutto conoscere ed apprezzare il valore delle produzioni di qualità di realtà imprenditoriali piccole e grandi del meraviglioso territorio Italiano.

Tale attività le ha consentito di sviluppare rapporti commerciali con importanti realtà produttive e di trasformazione del mondo del biologico e soprattutto conoscere ed apprezzare il valore delle produzioni di qualità di realtà imprenditoriali piccole e grandi del meraviglioso territorio Italiano.

La realizzazione del punto vendita Banca del Sapore è stato lo strumento per trasferire queste conoscenze e soprattutto il gusto per il cibo sano e genuino anche ad un pubblico lontano dai  marchi di distribuzione del cibo di qualità, con una particolarità in più. 

Il punto vendita si caratterizza per la vendita di prodotti esclusivamente italiani  di aziende selezionate per l’alta qualità delle produzioni, senza però trascurare le esigenze del consumo quotidiano.

Dal latte e formaggi 100% Umbria di una grande cooperativa di allevatori, ai salumi di eccellenza delle più rinomate scuole di alta salumeria italiane, dai formaggi d’alpeggio delle piccole realtà del territorio, alla pasta biologica di grani antichi, il punto vendita offre una gamma completa di prodotti dalla prima colazione alla cena nel segno del gusto e dell’alta qualità.

 

Selezione dei Prodotti venduti

RISO GLORIA BIANCO 0-RES g 500PZ €       4,00
RISO GLORIA SEMINT 0-RES g 500PZ €       4,00
RISO NERONE Integral BIO g 500PZ €       3,60
RISO ROSSO SELV Integral BIO g 500PZ €       3,30
GUANCIALE AMATRICIANO STAG SA.KG €     18,80
LONZA AMATRICIANA  SA.NO.KG €     23,80
PETTO TACCHINO FORNO “IL NAZIONALE”KG €     26,90
FIOCCO PROSCIUTTO -CULATTAKG €     29,90
MORTADELLA “LA FAVOLA”KG €     19,50
PROSCIUTTO AMATRICIANO IGP S/OKG €     34,30
PROSCIUTTO PARMA S/O BEDOGNIKG €     39,90
CACIOTTA SAPORE DELICATOKG €     13,90
FIOCCO DI LATTE BIOKG €     10,70
PECORINO ROCCACCIO STAG 12 MESKG €     26,90
BACCALA’ GRATINATO Kg 1KG €     31,90
MOZZAR OVOLE BUFALA g 250 AMASPZ €       4,90
CUOR D’OR  DI CAPRAKG €     21,35
PECORINO IL COLLE CLAKG €     26,50
STRACCHINO AL SALE DI CERVIAKG €     16,90

 

Antonio Putignano

Pugliese di nascita e romano di adozione, Antonio Putignano intraprende la sua carriera da cuoco all’età di tredici anni.

Diplomato presso l’istituto alberghiero di San Benedetto del Tronto in tecnico dei servizi della ristorazione, approda a Roma nell’anno del Giubileo (2000) ed anno dopo anno nel 2010 apre un ristorante di proprietà.

In seguito torna però alla sua vera passione: “cucinare”. Si dedica infatti interamente a nuovi studi personali e da autodidatta si lancia nel mondo “gourmet”, dove il piatto recita la sua parte in intere composizioni per toccare una sinestesia di sapori e colori che madre natura offre di sua spontanea volontà.

Si racconta dicendo: “…in cucina la cosa importante non è sapere dove andiamo ma senza ombra di dubbio dobbiamo conoscere la strada dalla quale arriviamo, la tradizione culinaria italiana è parte integrante della nostra vita. Non c’è viaggio, vacanza o semplici passeggiate in cui non troviamo la nostra storia a parlarci e non solo nel cibo ma nell’arte nell’artigianato nella cultura paesana o cittadina che sia. Del mio lavoro ne ho fatto la mia vita! … non ho fatto altro che questo. Indossare la giacca da chef mi ha sempre inorgoglito rendendo fruttuosa la mia vena creativa in ambito culinario. Nel corso della mia carriera ho conseguito diversi riconoscimenti in merito alla promulgazione e lo sviluppo del territorio italiano in enogastronomia, ultimo (solo per data) è stato quello di essere nominato Ambasciatore del gusto Doc Italy per la Puglia. Ritengo necessario“ricordare” attraverso il cibo la nostra storia e la nostra cultura.Riparto sempre da li!… Dalla tradizione per trasformarla in forme e colori nuovi senza mai trasgredire alla regola principale in cucina: il gusto”.

 

NAPAPJRI c.c. Tiburtino 20% di sconto

NAPAPJRI
Via Nazionale Tiburtina, km 20, 00012 Guidonia RM

Telefono0774 556370

Marchio italiano con un nome dalla sonorità finlandese e la bandiera norvegese come logo, Napapijri si fonda fin dal principio sull’intersezionalità: sfidare i luoghi comuni, pensare fuori dagli schemi, percorrere un viaggio inaspettato nella natura e nella creatività.

Napapijri nasce nel 1987 all’ombra della vetta più alta d’Europa, il Monte Bianco, dove un produttore italiano di borse da viaggio reinventa l’abbigliamento outdoor coniugando materiali innovativi e una particolare attenzione per lo stile. Ispirato alle grandi spedizioni esplorative del secolo scorso, rende omaggio agli intrepidi avventurieri che hanno trasformato le proprie vite in avventure uniche. Il nostro primo prodotto, l’iconica borsa Bering, racchiude tutto questo in poco più di 60 cm di lunghezza, e diventa immediatamente un accessorio irrinunciabile.

WYCON | c.c. GranRoma sconto 20%

WHYCON Centro Comm.le Gran Roma
Via Aristide Merloni 141, 00155 Roma RM
06 228 2370

IL GRUPPO FONDATO NEL 2009 DA RAFFAELLA PAGANO E GIANFRANCO SATTA È CRESCIUTO CON IL PASSAPAROLA GRAZIE ALLA SUA FORMULA INNOVATIVA. FINO A DIVENTARE UNO DEI PRINCIPALI PROTAGONISTI DEL MERCATO.

L’idea alla base del progetto è stata semplice ma complessa al tempo stesso: rompere gli schemi del mercato della cosmesi, caratterizzato esclusivamente da marchi che propongono prodotti a prezzi esorbitanti, per offrire a tutti la possibilità di acquistare collezioni di Make-Up, Skin Care e Body Care di elevata qualità, al giusto prezzo ed accessibili a tutti. L’esperienza nel settore, la conoscenza dell’intera filiera produttiva e dei trend beauty, sono state le basi per dar vita ad un concept retail che soddisfasse i desideri dei consumatori ogni giorno: l’intuizione ha portato all’eliminazione di costosi passaggi intermedi tra produttore e consumatore, investendo sulla qualità delle texture e skinfeel pur mantenendo un posizionamento sul mercato molto competitivo.

 

SWAROVSKY Cinecittà

CENTRO COMM.LE CINECITTA’ 2

Viale Palmiro Togliatti, 2, 00173 Roma RM

WAROVSKY SWAROVSKI è il marchio di punta della Swarovski International Holdings. È specializzata nella produzione di manufatti in cristallo e deve la sua fama sia all’alta qualità della lavorazione che a quella del materiale usato.

Il particolare cristallo è stato ideato da Daniel Swarovski, nato in Boemia nel 1862. La sua composizione è in vetro e piombo (circa il 30%), ma l’esatta formula è gelosamente custodita come segreto industriale. Il logo aziendale è rappresentato da un cigno che è apposto su ogni prodotto come segno di autenticità. La materia prima viene utilizzata per diverse linee di prodotto: dai componenti per bigiotteria all’ottica di precisione, dall’oggettistica per la casa alla gioielleri

TIMBERLAND V.le Marconi sconto 20%

Viale Guglielmo Marconi, 197, 00146 Roma RM

imberland ha lanciato il suo originale stivale giallo nel 1973; da pratica calzatura da outdoor è diventata un modello iconico e senza tempo. Oggi però Timberland rappresenta molto altro. Uomini, donne e bambini di tutto il mondo si rivolgono a Timberland per scarpe, abbigliamento e accessori in collezioni per l’outdoor versatili e complete. L’ottimo livello di qualità e realizzazione dell’originale stivale giallo è quello che caratterizza ancora tutte le nostre collezioni.

Come marchio lifestyle per attività all’aperto, Timberland si impegna alla protezione e alla salvaguardia dell’ambiente attraverso un efficiente utilizzo delle risorse e con attività di piantumazione e a favore delle aree verdi nelle città.

CALVIN KLEIN JEANS – Granroma – sconto 20%

IndirizzoVia Aristide Merloni, 141, 00155 Roma RMCALVIN KLEIN è un marchio leader nel lifestyle a livello internazionale caratterizzato da uno stile audace, progressivo, seducente e spesso minimal. Crea e lancia sul mercato collezioni di abbigliamento di design per uomo e donna e una gamma di altri prodotti tra cui accessori, capi sportivi, intimo e costumi da bagno. I marchi Clavin Klein includono Calvin Klein By Appointment, CALVIN KLEIN Established 1978, CALVIN KLEIN JEANS, Calvin Klein Underwear e CALVIN KLEIN PERFORMANCE.

CALVIN KLEIN JEANS è il marchio di jeans conosciuto per il fit innovativo, per i dettagli unici e per le campagne pubblicitarie d’alto impatto. Calvin Klein Jeans si distingue per lo stile provocatorio, sexy e giovanile.

Tommy Jeans C.K. Jeans – GranRoma – GruppoMartino > 20% di sconto

Tommy Jeans C.K. Jeans GranRoma
Via Aristide Merloni, 141, 00155 Roma RM, Italia

062 28 25 53

WYCON Aura V.le di Valle Aurelia Roma – Gruppo Martino – sconto 20%

Wycon Aura
Viale di Valle Aurelia, 30, 00167 Roma RM, Italia

WYCON COSMETICS È UN BRAND ITALIANO NATO NEL 2009 DA UN’INTUIZIONE DI GIANFRANCO SATTA, IMPRENDITORE E DISTRIBUTORE STORICO NEL SETTORE DELLA COSMETICA FEMMINILE E RAFFAELLA PAGANO, PRODUCT MANAGER, PROFONDA CONOSCITRICE DEL MONDO MAKE-UP E BODY CARE.

L’idea alla base del progetto è stata semplice ma complessa al tempo stesso: rompere gli schemi del mercato della cosmesi, caratterizzato esclusivamente da marchi che propongono prodotti a prezzi esorbitanti, per offrire a tutti la possibilità di acquistare collezioni di Make-Up, Skin Care e Body Care di elevata qualità, al giusto prezzo ed accessibili a tutti. L’esperienza nel settore, la conoscenza dell’intera filiera produttiva e dei trend beauty, sono state le basi per dar vita ad un concept retail che soddisfasse i desideri dei consumatori ogni giorno: l’intuizione ha portato all’eliminazione di costosi passaggi intermedi tra produttore e consumatore, investendo sulla qualità delle texture e skinfeel pur mantenendo un posizionamento sul mercato molto competitivo.

SWAROWSKY Via Tuscolana – sconto 20% –

SWAROVSKY Via Tuscolana, 1188, 00174 Roma RM, Italia

PartnerBoutique256968@irpc.it

SWAROVSKI è il marchio di punta della Swarovski International Holdings. È specializzata nella produzione di manufatti in cristallo e deve la sua fama sia all’alta qualità della lavorazione che a quella del materiale usato.

Il particolare cristallo è stato ideato da Daniel Swarovski, nato in Boemia nel 1862. La sua composizione è in vetro e piombo (circa il 30%), ma l’esatta formula è gelosamente custodita come segreto industriale. Il logo aziendale è rappresentato da un cigno che è apposto su ogni prodotto come segno di autenticità. La materia prima viene utilizzata per diverse linee di prodotto: dai componenti per bigiotteria all’ottica di precisione, dall’oggettistica per la casa alla gioielleria.

TIMBERLAND OSTIA – SCONTO 20%

Via dei Misenati, 6, 00122 Roma RM, Italia
065 62 13 96
timberland.ostia@gruppomartino.eu

SCONTO 20%

Il brand Timberland per molto tempo è stato associato alla moda del decennio 1980 che vedeva il classico scarponcino della Sequoia associato ad altri capi “storici”.

La mitica azienda di scarpe Timberland statunitense è stata una delle prime a praticare una politica di sostenibilità ambientale, e nel 2011 è entrata nell’orbita dall’azienda di abbigliamento VF Corporation. Al giorno d’oggi ci sono centinaia di modelli di scarpe Timberland, oltre che vestiti e altri accessori.

Timberland diventa sempre più green
Il marchio scommette sulle iniziative eco-sostenibili e lancia la nuova collaborazione con il designer inglese Christopher Raeburn. Puntando su tre principi etici: REMADE, REDUCE e RECYCLED.

Biscottificio Alessi

Il biscottificio Alessi si trova in un paese di nome Cori, il quale è situato in provincia di Latina, a circa 60 Km da Roma, è stato creato da Alessi Ernesto 40 anni fa insieme alla moglie.

Dopo la guerra le massaie facevano in casa i dolci e li portavano a cuocere nei forni  di cottura, anche la mamma di Ernesto prestava tale servizio. Il desiderio di salvare i sapori antichi di una volta spinse Alessi Ernesto ad avviare l’attività di produzione e vendita di biscotti dove, con pochi dipendenti nella produzione e un dipendente impiegato alla vendita diretta della merce, consegnava ai piccoli negozi al dettaglio.

Oggi, anche se l’azienda si è evoluta sia nella gestione, sia nella tecnica di produzione che nella distribuzione, si usano ancora antiche ricette con materiali di preparazione locali (come farina senza OGM, mandorle, olio, vino). Dal 1976 la nostra missione è offrire biscotti buoni, sani, genuini e di grande qualità. Da sempre l’a-more per la tradizione e la qualità sono i nostri ingredienti segreti, capaci di rendere davvero unico il sapore dei nostri prodotti. Ancora oggi utilizziamo processi produttivi artigianali, perché per noi tradizione significa trasmettere alle nuove generazioni un bene molto prezioso: l’autenticità.

Le ricette Alessi sono sempre quelle di oltre quaranta anni fa, realizzate con la stessa cura di allora, selezionando i migliori ingredienti per ottenere i sapori di una volta con i processi produttivi di oggi. Ogni prodotto nasce da ricette antiche, dalle migliori materie prime e da un perfetto equilibrio nei dosaggi e nella lavorazione. A questa unione perfetta di elementi si affiancano attenti controlli lungo tutta la filiera produttiva. Tutti questi fattori rendono unici i nostri prodotti e donano loro quel gusto inconfondibile che ne ha sancito il successo fin dal 1976.

 

Cristiano Catapano

“Maestro Pasticcere a tutto tondo”, Romano di origini Campane unisce tradizione a innovazione nel rispetto assoluto delle materie prime eccellenti selezionate dopo attenta e costante ricerca.

Custode geloso di lievito madre tramandato e donato da un grande Maestro di cui non svela il nome; formatosi nella scuola dei piu grandi maestri pasticceri italiani, vanta nel suo curriculum stage dal “Padre del lievito madre”, il Guru Assoluto “Ronaldo Morandin” (“metodo Morandin” per il suo mantenimento in acqua) e dal figlio Mauro Morandin, da cui peraltro acquista i suoi straordinari canditi.

Nato “in pentola” come si suol dire, essendo figlio di ristoratori, invece di giocare con i suoi coetanei, sin da piccolissimo, aiutava mamma Sandra a far torte e biscotti e da li la sua passione che l’ha spinto a metter da parte l’amore per la cucina per seguire il talento innato per i dolci.

Un incontro fortunato quello con un nuovo eccellente, laziale da allevamento all’aperto “Peppovo”, la cui straordinaria resa ha contribuito a farlo eleggere “Miglior Panettone Doc Italy 2019”. Il Maestro Cristiano Catapano firma “solo” lievitati unici, inimitabili, soffici, aromatici e digeribili; apprezzati dai migliori esperti del settore che ne hanno riconosciuto l’estrema qualita degli ingredienti e la particolarita del metodo di lavorazione. La sua maniacale attenzione alle materie prime lo porta a recarsi direttamente nei luoghi di produzione delle per verificarne l’effettiva qualita.

I prodotti che utilizza non hanno subito trattamenti con solfiti o conservanti.

Pasticceria Cagnazio

Quando la pasticceria diventa bontà, qualità , tradizione e la sua grande arte si tramanda per generazioni. Pasticceria confetteria CAGNAZIO dal 1940. Passione, dedizione rispetto e ricerca delle materie prime, innovazione e ricordo di un dolce, per un’esperienza memorabile. La pasticceria CAGNAZIO è specializzata nell’arte napoletana, potete assaggiare ottimi dolci, biscotti, torte buonissime ed il soffice panettone alle noci e pistacchi di Bronte. Nella zona caffetteria aperitivi e momenti di relax. Ci trovate Via IV Novembre, 15 Fonte Nuova (RM).

Pasticceria artigianale napoletana dove artigianalità, qualità e gusto incontrano l’amore per l’eccellenza ed il territorio.

Cantina Il Passo – Basilicata

Nel 2012 l’azienda agricola Grimolizzi, risalente agli inizi dell’800, decide di inserirsi in un altro settore. Dopo aver acquistato la vigna, effettua un secondo acquisto: una cantina scavata in grotta naturale di tufo. Questo secondo acquisto implica la decisione di non voler vendere il prodotto ricavato dalla vigna, ma bensì di trasformarlo. La scelta di intraprendere questo cammino, deriva dalla passione per le cose sane e dalla voglia di trasmettere la genuinità in prodotti di qualità. La mission dell’azienda nasce dall’esigenza di portare avanti e sempre più in alto il marchio Made in Italy invidiato in tutto il mondo. Fondamentale è la scoperta, o per meglio dire, la riscoperta della genuinità e di quanto sia importante in un’era così altamente influenzata dalla globalizzazione, riportare alla luce la tradizione di aziende che hanno vissuto e fatto la storia d’Italia. Non è un caso che la scelta del prodotto sia ricaduta su un’unica linea di vino: L’Aglianico del Vulture.

La Cantina Il Passo prende il nome dal primo terreno che si incontra quando si arriva all’azienda: un oliveto soprannominato “Il Passo”, considerato dalla famiglia Grimolizzi il luogo di partenza dal quale si estende tutta l’azienda verso la collina. Il nome del vino “Alberi in piano” prende spunto dalle origini dell’azienda, quando il fondatore Francesco Grimolizzi decise di comprare la masseria che era ed è tutt’ora soprannominata “Contrada Alberi in piano”. Ecco il motivo per il quale l’azienda si chiama “Il Passo”, perché è il luogo di partenza.

Scheda tecnica “Alberi in Piano”

 

 

 

 

 

 

 

Vitigno: Aglianico del Vulture
Terreno: medio impasto – superficie totale 4 ettari – vigneto di 35 anni
Potatura: cordone speronato
Epoca di vendemmia: fine Ottobre; rigorosamente manuale.
Vinificazione: classica vinificazione in rosso; raccolta manuale in cassette di plastica. Le uve vengono selezionate manualmente facendole scorrere su un nastro vibrante, i grappoli vengono pigiadiraspati dolcemente. Il mosto con le bucce viene portato in fermentini termocondizionati, la fermentazione dura circa 15 gg a temperatura costante, circa 28°. Durante l’intera fase di fermentazione vengono eseguiti 3 rimontaggi giornalieri. Al termine della fermentazione, grazie alla pressatura, il vino, previo controllo analitico viene travasato in vasca d’acciaio dove riposerà per circa 2 mesi. Successivamente verrà messo in tonneaux nuovo dove svolgerà la fermentazione malolattica ed un successivo affinamento per circa 18 mesi in legno. Successivamente si procede alle operazioni di lavorazioni di pre-imbottigliamento.

Dati analitici: gradazione alcolica 14% – acidità totale 5.80 g\l – ph 3.35
Abbinamento: ABBINAMENTO CLASSICO CON SUGHI E CARNI, DA PROVARE CON COSCIOTTO D’AGNELLO LUCANO SU LETTO DI PEPERONI E POMODORI SECCHI.

 

 

Cantine Colle Petrito

Cantine Colle Petrito sorge nei pressi di Minervino Murge, nella Puglia settentrionale. Cantine Colle Petrito è un’idea, un sogno e un progetto nato da tre amici con in comune la passione per il vino: Antonio, Giuseppe e Michele che nel 2005 fondano l’azienda con l’obiettivo di far conoscere la produzione vinicola pugliese.

Negli anni Cantine Colle Petrito si è avvalsa di un entourage di professionisti e della passione e competenza dei suoi infaticabili fondatori per incrementare la produzione e per esaltare la qualità dei vini. L’azienda pugliese ha un profondo rispetto per la materia prima, le bottiglie Colle Petrito inoltre, evocano tradizioni lontane, storie di una terra tra miti e leggende, in cui la bevanda di Bacco è stata cantata e narrata, a cui si associano innovazione e ricerca, un connubio perfetto per un vino originale e di grande qualità.

Negli anni Cantine Colle Petrito si è affermata nel panorama enologico nazionale e internazionale, lo confermano l’aumento della produzione e i numerosi titoli ottenuti. L’azienda gode di una grande stima per il lavoro costante ed efficiente svolto negli anni.

Nel 2014 Colle Petrito ha continuato ad estendersi con nuovi impianti, dispone infatti di attrezzature all’avanguardia e di nuove aree di produzione per rispondere adeguatamente alle richieste di mercato.

Un progetto importante è stato quello della creazione della bottaia, cuore pulsante dell’azienda, un posto esclusivo dove riposano i nostri vini in attesa del momento giusto per essere imbottigliati e degustati.

Nel 2018 l’azienda vinicola Colle Petrito ha riservato un’area agli eventi e alle degustazioni, due sale pronte ad accogliere tour di intenditori, amanti del vino e gruppi di visitatori italiani e stranieri.

Attualmente Cantine Colle Petrito si indentifica in una realtà in crescita, gestisce trecento ettari vitati. Esporta in tutta Europa, in Asia e in America Latina, siamo presenti in molti punti vendita del territorio nazionale e in molti ristoranti della penisola.

L’azienda di eccellenza Cantine Colle Petrito è stata scoperta da Doc Italy grazie alla cruciale figura di Anna Lenoci che, con passione, ha saputo illustrare e valorizzare al meglio questi straordinari prodotti, simbolo della Puglia e delle sue storie di tradizione, gusto e successo!

 

 

 

 

 

Cantine Viola

Custode di una secolare tradizione del paese e della mia famiglia, io, Luigi Viola , maestro elementare in pensione, da sempre appassionato di natura e agricoltura, dopo aver insegnato per oltre 35 anni, ho deciso di dedicare a tempo pieno le mie energie al recupero, alla valorizzazione e alla diffusione di   nettare, che correva il rischio di estinzione, il Moscato di Saracena.

Coinvolgendo l’intera famiglia: mia moglie Margherita e i tre figli Roberto, Alessandro e Claudio, ai quali ho saputo trasmettere la mia passione e l’amore per la nostra terra, ho incrementato la produzione di questo vino da meditazione, che, una volta proposto al pubblico e ad esperti del settore, ha immediatamente avuto un riscontro eccezionale. Col tempo ho ampliato la gamma dei prodotti puntando sempre sulla qualità e genuinità ed eleganza utilizzando vitigni autoctoni quali Magliocco dolce, Guarnaccia, Malvasia e Mantonico.

Ciò che era nato quasi per scommessa è divenuto per noi tutti, un lavoro piacevole e ricco di stimoli, che ci ha permesso di venire a contatto con persone, ambienti e situazioni veramente affascinanti.  I nostri vigneti sono situati nel territorio di Saracena, nella contrada Rinni a 350 m slm, con un’esposizione tale da ricevere i raggi del sole da quando sorge e fino a quando tramonta.

Ad Est-Sud Est si affacciano sulla piana di Sibari e sul mare Ionio, ricevendone le correnti miti provenienti dal mare, mentre a nord sono riparate dai venti freddi dalla Catena del Pollino. Tutto ciò crea un microclima con sensibili escursioni termiche che consentono alle uve di raggiungere una concentrazione alta di profumi. Nei nostri vigneti sono coltivate uve autoctone quali Magliocco dolce, Moscatello di Saracena, Guarnaccia bianca, Malvasia, Mantonico e “Adduroca”, termine dialettale che sta per “odorosa, profumata”. Il sistema di allevamento è a cordone speronato con un sesto di impianto di 1m x 2,20m.

Pratichiamo l’agricoltura Biologica certificata Bioagricert. Negli ultimi anni stiamo recuperando degli antichi vigneti ad alberello ottenendo uva di alta qualità ed evitando, cosi, che vengano abbandonati.

Casa Barone

L’azienda agricola Casa Barone si estende su 11 ettari di terreno ed è la più grande azienda biologica del Parco Nazionale del Vesuvio e quella con le coltivazioni alla più elevata altitudine sulle pendici del vulcano. Oggi la tenuta agricola si presenta con muri a secco, terrazzamenti, ginestre, macchia mediterranea, vigneti, olivi e alberi da frutto, con un’ampia zona dedicata al pomodorino del Piennolo del Vesuvio Dop, fiore all’occhiello dell’azienda che viene commercializzato sia fresco sia in conserve, oppure in salsa, con solo aggiunta di passata di pomodorini.

Il pomodorino del Piennolo è uno dei prodotti più tipici ed antichi dell’agricoltura campana e beneficia del terreno vulcanico e del sole generoso che nella zona del Vesuvio creano un mix unico e perfetto per la crescita di questo prodotto straordinario.

Il Pomodorino del Piennolo è prodotto dall’azienda Casa Barone esattamente come si produceva una volta, riducendo al minimo l’intervento umano per poter realizzare e commercializzare un prodotto autentico e tradizionale.

L’azienda Casa Barone è quindi un’eccellenza campana che, realizzando prodotti di altissima qualità attraverso una grande attenzione alla cura delle piante e di controllo sulla filiera produttiva, valorizza il territorio e le sue peculiarità.

 

Casato Unico – Veneto

n armonia con i secolari ritmi della natura e nel rispetto degli ideali tramandati dai nostri avi, nasce “Casato Unico”: la passione per il prosecco, la devozione alla cura della vigna, l’amore per l’originalità. Fortemente autoctono è il Prosecco del Casato Unico, frutto del vitigno Glera, radicato nel Triveneto, esattamente a San Fior. I suoi calici sono serviti e spiegati con contagioso entusiasmo da Gianluca Moras, che a 25 anni ha intrapreso questa nuova avventura enologica dando vita ad un nuovo ramo aziendale famigliare la cui tradizione tramandata da generazioni prende ufficialità grazie al marchio.

Nel 2012 per la prima volta con sole 7.000 bottiglie si è affacciato nel mercato, ed in pochissimo tempo grazie a molteplici ricono- scimenti ricevuti è riuscito a collocare Casato Unico come bollicina di ecceleccellenza. “Il Prosecco che i nostri clienti degustano, è lo stesso identico Prosecco che noi utilizziamo tutti i giorni sulla tavola della nostra casa.” Afferma il giovane imprenditore, non rimane altro da aggiungere se non assicurare  che questo modo tra-dizionale è sicuramente “qualità originale”. Gianluca Moras  trenten-ne è già al comando di un impresa di famiglia  che da generazioni ha prodotto e continua a produrre il Prosecco. 

La mia è un azienda giovanis-sima , Abbiamo fatto la nostra prima etichetta con la vendemmia del 2011 e siamo andati in commercio nel 2012. Nel 2013 abbiamo deciso di aggiungere un altro vino oltre all’ “Extra Dry Millesimato”che era l’unica bottiglia con la quale ci affacciavamo sul mercato. Abbiamo aggiunto il “Prosecco Brut e il Prosecco Frizzante”, leggermente rivisitato, perché é comunque un vino tradizionalmente Veneto, ma non lo facciamo con il “fondo”, quindi frizzante ma pulito per finire con un rosso corposo tutto da scoprire e la grappa barricata una chicca da non perdere. Un’ azienda di famiglia che da diversi generazioni fa Prosecco, che parte dai miei bisnonni, anche se abbiamo sempre prodotto unicamente per l’uso personale. CasatoUnico nasce come piccolissima realtà produttrice di vino Prosecco Doc con l’intento di produrre un vino di elevata eccellenza per promuovere il territorio.

Sapori dell’Altopiano

Dall’esperienza e la passione per il territorio dell’azienda Salumi di Colfiorito nasce “Sapori dell’Altopiano”: un’idea gastronomica unica che unisce qualità e tradizione a praticità e modernità.

La linea Sapori dell’Altopiano presenta una grande varietà di prodotti semi pronti ottenuti dopo anni di ricerca tecnologica. I prodotti infatti necessitano in media di soli 5 minuti di cottura su fuoco o in forno per essere pronti. Il vero valore aggiunto di questi prodotti sta sia negli ingredienti di eccellenza che nel gusto assolutamente tradizionale !

Al palato ricordano i sapori della cucina familiare, antica, fatta con i prodotti del territorio ma nella tecnologia di realizzazione sono assolutamente innovativi e proiettati nel futuro.

Gli anni di studi hanno quindi permesso di utilizzare materie prima del territorio di altissima qualità per realizzare ricette tradizionali ma con una preparazione semplice, alla portata di tutti ed anche sostenibile! Attraverso la semplice e breve cottura che necessitano i prodotti per essere pronti, si pone in essere anche un significativo risparmio energetico!

Tradizione, gusto, innovazione e sostenibilità sono le parole chiave attorno a cui ruota la linea Sapori dell’Altopiano!

 

Ciro Chiazzolino – Puglia

Il valore della Pasticceria Chiazzolino è basato  sull’originalità di ricetteproprie e sulla qualità di prodotti  realizzati coningredienti di primissimascelta. La ricerca di  nuoveforme e la dedizione per ildettaglio, lo hanno  portato a scegliere cioccolato e zucchero per  l’elaborazione di spettacolari sculture e torte monumentali.I lievitati di CiroChiazzolino hanno ottenuto  numerosi riconoscimenti epremi in Italia perchépreparati  nel rispetto deitempi e della lavorazioneartigianale.

Utilizziamo esclusivamente ingredienti nobili del territorio.

 

Colfiorito – Salumi dell’Altopiano

Colfiorito sorge a 760 metri sul livello del mare su un altopiano di origine carsico-paludosa. Dei sette altipiani che circondano Colfiorito, che derivano dal prosciugamento di laghi, solo uno ospita ancora una palude in cui si possono incontrare specie rare di animali. Il paese è il maggiore del vasto altopiano, di circa 300 ha in cui si trova ad una altitudine di 781 m s.l.m. Parte dell’altopiano ricade nel territorio del comune di Serravalle di Chienti, in provincia di Macerata. Il naturale ed esclusivo microclima dell’Altopiano é condizione essenziale per l’eccellente qualità dei prodotti stagionati realizzati con maestria dall’azienda.

I Salumi dell’Altopiano Colfiorito nascono dalla nostra volontà  di creare una linea di Salumeria di Alta Qualità, lavorando il prodotto con modi e tecniche tali da avvicinarsi quanto più fedelmente alle lavorazioni tipiche e tradizionali di una volta. Il processo produttivo adottato è attento a reperire materia prima locale e/o nazionale di alta qualità proveniente da allevamenti attentamente selezionati.

La lavorazione delle materie prime è eseguita seguendo le tradizionali ricette e, soprattutto, senza aggiunta di conservanti durante le fasi di lavorazione (nitrati e/o nitriti) e coloranti, senza l’utilizzo di  addensanti come farine e/o derivati del latte. Le  spezie ed erbe aromatiche fresche impiegate per la concia sia degli impasti che degli stagionati, vengono dosate con attenzione, conferendo al prodotto un gusto unico.

La lavorazione prevede processi tradizionali ma utilizza moderne tecnologie che valorizzano e preservano le ottimali condizioni per il prodotto. Lavorazione tradizionale significa anche utilizzo di budelli naturali, con accurate legature eseguite manualmente.

La fase di asciugatura, certamente una delle fasi più critiche per la tipologia del prodotto lavorato, è eseguita con il metodo denominato a freddo. La stagionatura avviene in ambiente naturale, non forzato, lasciando ai Salumi tutto il tempo necessario per raggiungere l’ottimale grado di maturazione. Il costante rispetto di tutte queste regole ed attenzioni durante l’intero processo, fanno dei nostri Salumi un riferimento per quei consumatori buongustai e sempre più attenti alla salubrità dei prodotti.

Tale processo inoltre impiega un impianto tecnologicamente avanzato che utilizza l’esclusivo microclima tipico dell’Altopiano di Colfiorito (altezza sul livello del mare  circa 1.000 mt.). Le stagionature dei prodotti sono ottenute con processi naturali sinonimo di elevati standard qualitativi nei processi di filiera delle varie produzioni dell’agroalimentare locale.

Colle Maggiore – Lazio

L’Azienda Agricola Colle Maggiore nasce nel 2001dedicandosi fin da subito all’allevamento, alla produzione e trasformazione di carni d’eccellenza come quelle di struzzo e di suino antiche ricette e tecniche e al rispetto di processi di lavorazioni naturali e artigianali.

I prodotti lavorati derivano direttamente dalle produzioni aziendali e perciò decisamente italiane. Seguendo il disciplinare, gli  animali provengono da allevamento allo stato semi brado e sono nutriti esclusivamente con alimenti naturali. Le carni, inoltre, sono lavorate con antiche e semplici tecniche artigianali presso il laboratorio dell’azienda stessa che, ai flni di salubrità dei prodotti, non prevede allergeni.

La carne del maiale nero reatino (che discende dal ceppo genetico Apulo Calabrese) porta con sé la caratteristica di essere molto più grassa dei maiali bianchi. Forse non molti sanno che il maiale nero è stato allevato nella provincia di Rieti fino agli anni Cinquanta, poi incrociato o sostituito con altre razze comportandone la quasi estinzione.Questo tipo di maiale accumula molto grasso inframuscolare il che rende la sua carne particolarmente marezzata, cioè infiltrata di grasso, e sotto cute può raggiungere strati di lardo fino a sette cm, il che è decisamente esagerato ai fini commerciali e di resa ma decisamente prezioso ai fini della qualità delle carni. I salumi ricavati da queste carni con il loro grasso di marezzatura conferisce gusti e aromi straordinari poiché è proprio questo grasso che accentra su di sé e diventa veicolo di aromi straordinari che trovano la loro massima espressione nei processi di stagionatura naturale.

Il segreto di questi aromi, profumi e gusti sta nell’alimentazione di questo maiale. Le ghiande che consuma voracemente conferiscono al grasso i cosi detti “grassi monoinsaturi“ in specie l’acido oleico che troviamo nell’olio d’oliva extravergine e questo rende il grasso dei salumi aromatico e pieno di sapori. Lo stesso possiamo dire della carne fresca grazie alla presenza del grasso inframuscolare che la rende morbida, succulenta ricca di aromi che ricordano sapori antichi, di bosco e di campagna.

 

 

Di Iorio

La Di Iorio nasce nel lontano 1750, in Irpinia, a Dentecane, una piccola frazione del comune di Pietradefusi ad opera di Gaetano Di Iorio, come si evince dal Catasto Onciario Comunale del 1754.

Gaetano Di Iorio, di professione “copetaro” (da “cupedia”, il torrone degli antichi) sfruttando le migliori materie prime che il territorio metteva a disposizione – nocciole avellane, mandorle pugliesi, mieli di collina, albume d’uovo, ecc. – iniziò a produrre prelibatissimi Torroni con svariati gusti.

Il primogenito di Gaetano, Michele ereditò l’attività e la tramandò a sua volta al figlio, Vincenzo.

L’attività continuò ad opera del primogenito di quest’ultimo, Federico (Dentecane, 1849) che ottenne i primi riconoscimenti ufficiali al di fuori del contesto locale come recita l’attestato di partecipazione della Mostra Internazionale di Torino del 1911.

E’ del 1924, ad opera di Vincenzo (Dentecane, 1882) e degli altri fratelli, il deposito del brevetto per il “Torrone Farcito al cioccolato” con il sigillo della Real Casa Savoia.

La produzione continuò consolidando la tradizione attraverso tutto il periodo del ventennio anche attraverso numerose partecipazioni a mostre internazionali.

Al termine del conflitto bellico , nel 1947, venne rilasciato il Certificato di iscrizione per gli Esercenti Mestieri Ambulanti della Provincia di Avellino del Comune di Pietradefusi con l’attività passata di mano al primogenito di Fiorentino, Federico (Dentecane, 1905) che gestì l’attività con la medesima passione di famiglia fino al 1970.

Vincenzo, (Dentecane, 1942 – secondogenito) “il professore”, come è chiamato affettuosamente da tutti quelli che lo conoscono, nonostante la professione di docente, decise di dare continuità con grande slancio e tenacia alla tradizione di famiglia. Oggi è ancora il custode “attento e geloso” delle ricette che hanno reso famosi ed inimitabili i Torroni Di Iorio.

Federico ed Anna, sono i germani che hanno deciso di continuare nel segno della tradizione questa lunghissima e dolcissima storia di gusto.

 

Nell’arco di oltre 250 anni, i Torroni Di Iorio sono stati prodotti sempre, senza interruzione, nello stesso comune e presso la medesima sede situata in Via Roma, Dentecane.

Nel 2018 è stata inaugurata, sempre a Dentecane, la nuova sede produttiva di circa 3000 mq, dotata delle più moderne tecnologie per continuare a garantire gli elevatissimi standard della tradizione.

 

Embrace Evosì

Due donne, due mamme, Carmen e Giusy, legate dalla passione e l’amore per l’olio e per il vino.

È stata la voglia di riscatto a spingerci a dar vita a questa impresa per dare il giusto valore ad un prodotto ricco di virtù e ad un territorio autentico e unico al mondo: la nostra Sicilia. Un forte richiamo alle origini e alla storia, tramandataci dai nostri nonni, uno studio approfondito del settore e la continua sfida verso l’innovazione ci hanno portate a creare un olio extravergine di oliva di eccellenza, in grado di interpretare e raccontare un territorio meraviglioso, una terra che nei secoli ha accolto diversi popoli e culture in un abbraccio travolgente.

Il nostro uliveto si trova nella parte occidentale della Sicilia, a Campobello di Mazara in provincia di Trapani, tra Selinunte e Marsala. Embrace nasce qui, in quest’isola senza tempo, dove un viaggio diventa un tragitto del cuore in cui si viene travolti da un abbraccio di cui non se ne può più fare a meno.

Il nome “EMBRACE” è stato voluto come indice dell’abbraccio universale al cambiamento, all’evoluzione, all’innovazione, alle sfide, a nuovi stili di vita. L’abbraccio di una terra a diversi popoli e culture. L’abbraccio alla vita nonostante le intemperie. L’abbraccio come nutrimento per il corpo e la mente.

L’olio Embrace, Monocultivar Nocellara Del Belice, si caratterizza per una produzione limitata, un design moderno, innovativo e accattivante, eleganza, esclusività ed alta Qualità.

Le bottiglie vengono riempite, tappate, sigillate, etichettate e numerate ad una ad una accuratamente a mano.

Una volta consumato l’olio, la bottiglia può essere riutilizzata come oggetto da design, come vaso porta fiori, come porta candele, come diffusore per ambiente o per realizzare una lampada.

EVOSI’, Blend 80% Nocellara Del Belice 20%Biancolilla, è un olio evo che vuole rappresentare la Sicilia una terra straordinaria per i suoi colori, i sapori, i paesaggi, la storia, il clima, il mare e l’ arte, fonte di ispirazione per poeti, scrittori e artisti e proprio per questo Giusy e Carmen hanno chiamato la loro azienda agricola Evo Sicily.

EVOSI’ perché bisogna sempre scegliere un olio extra vergine di qualità, perché ci accompagna durante il nostro vivere quotidiano nella nostra alimentazione come fonte di benessere per la nostra salute.

Emiliano Fini Viticoltore- Lazio

Il nostro attaccamento ed amore per la terra nasce da una tradizione familiare. Rispetto per il territorio e Valorizzazione delle sue tipicità.

L’azienda Vinicola Emiliano Fini è un’azienda familiare, di 10 ettari, ai piedi del vulcano dei castelli romani, voluta ed acquistata nel 1988 da Anacleto e sua moglie Giorgia, insieme ai figli Claudia ed Emiliano. L’ attaccamento ed amore per la terra nasce da una tradizione di famiglia, che Anacleto ha ereditato dal padre Sebastiano, viticoltore. Dalla passione per il vino di Emiliano nasce il progetto di completare il percorso dell’azienda con la produzione di vino, che sia in linea con i principi del rispetto per il territorio e della valorizzazione delle sue tipicità. Passione, Tradizione e Tecnologia sono le parole chiave della filosofia e del successo di questa azienda d’eccellenza! Coltiviamo le nostre vigne con rispetto per i vitigni e il terreno. Da uve attentamente selezionate di grechetto e malvasia puntinata del Lazio nascono i nostri primi due vini: Cleto e Libente

Il nome del vino è un omaggio ad Anacleto Fini, che ha fortemente voluto la nascita e   continuazione della nostra azienda dal 1988. Il vino Cleto si presenta come un vino immediato e profumato il quale riflette un secondo significato del termine che secondo alcune fonti deriverebbe da Anenkletos, col significato di “privo di colpa, irreprensibile”, che sottolinea la mancanza di difetti ed asperità, termine che troviamo in continuità con il carattere franco e schietto di questa bottiglia.

Il Vino Libente nasce dall’unione dei due venti che battono con intenti opposti sulle nostre vigne, il Libeccio ed il Ponente i quali, spirando dal mare, portano la brezza marina tra i nostri filari. Il nome del vino ricorda il termine libare, che risuona nelle nostre orecchie grazie alla Traviata di Giuseppe Verdi.

L’azienda si trova ai piedi del grande apparato vulcanico dei Colli Albani, da cui eredita i terreni tipici dell’ attività vulcanica risalente a 360.000 anni fa.  La tipologia di terreni regala una decisa impronta minerale ai vini.